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Intervista sulla Destra

Num°22 RIGHT and LEFT
Cardini2

Tre Idee. Quali sono le tre idee-guida della Destra di questo inizio millennio? 

Problemi della globalizzazione; redistribuzione di risorse e ricchezze; gestione dei problemi ecologici, ambientali, bioetici.

Tre riformeQuali sarebbero – in Italia o altrove – le tre riforme fondamentali, di cui la società necessiterebbe per essere plasmata decisivamente nel senso desiderato dalla Destra?

 Suppongo che con il sostantivo “Destra” (iniziale maiuscola) s’intenda qui (per quanto il punto successivo sembri adottare una differente prospettiva) quell’insieme di concetti e di valori considerato patrimonio di una “Destra” che guarda a se stessa come “radicale”, “alternativa”, addirittura “rivoluzionaria”; e che s’ispira a una cultura di tipo tradizionalista e/o a un’eredità – comunque ridefinita e reinterpretata – dell’esperienza fascista. Se tale supposizione è errata o se alla base di essa c’è un malinteso, il resto di quanto qui notato risulta inutile e il destinatario non dovrà tenerne conto.

Quale Destra? Le Destre, come le Sinistre, sono più di una, spesso in conflitto ideologico – anche radicale – tra loro. Esiste una matrice comune alle varie Destre (e alle varie Sinistre), o le differenze prevalgono sulle somiglianze, rendendo ingannevole il raggruppamento sotto una denominazione unitaria?

Diceva il vecchio Norberto Bobbio che siamo tutti figli di Rousseau o di De Maistre. Dal canto mio, sarei più prudente di lui a proposito dell’onestà dei nostri ascendenti di parte femminile e quindi della “purezza” delle origini di ciascuno di noi. Se le Sinistre (viste le preferenze dei miei interlocutori adotto a mia volta le maiuscole) fossero sempre, tutte e soltanto figlie di Rousseau (e non anche – o invece – di Hegel, o di Saint-Simon, o di Constant, o di Kropotkin, o di Freud, o di Lenin, o di Trotzkij, o di Donati, o di Capitini, o di Sartre, o di Mandela, o di Pannella), tutto andrebbe – abbastanza – bene. Idem se le Destre fossero tutte figlie di De Maistre (e non anche – o invece – di Donoso Cortés, o di Hegel stesso, o di Stuart Mill, o di Jefferson, o di Einaudi, o di Sturzo, o di Schmitt, o di De Unamuno, o di Céline, o di Churchill, o di Evola, o di De Gaulle, o di Correa de Oliveira, o di Rodney Stark, o di Berlusconi, o di De Benoist). E poi, dove li mettiamo i nipotini di Dostoevskji, quelli di Nietzsche, quelli di Sorel, quelli di Gregor Strasser, quelli di Gandhi? E ancora: siamo sicuri che Mussolini e Perón fossero “di Destra”, che Stalin e Guevara fossero “di Sinistra”? E risalendo “per li rami”, dove collocheremmo Napoleone? Savonarola? E – magari – Francesco d’Assisi? E – ebbene, sì – Gesù? E, tanto per arrivare alla radice delle divergenze e dei malintesi, Platone? Vogliamo infine parlare del fatto che pensatori come Chomsky oggi sembrano ormai apprezzati soprattutto da qualche outsider di Destra e quasi coralmente ignorati dalla Sinistra?

Non ci sono più Destra e Sinistra? È vero, come si sostiene da più parti, che i concetti di Destra e Sinistra sono oggi superati? Se no, perché? Se sì, quale altro concetto diventa fondamentale per comprendere la scena politica (italiana, europea e internazionale) oggi?

Soprattutto nella politica italiana, e se guardiamo alle espressioni “storiche” dei due rispettivi schieramenti, è ovvio che il dato prevalente sia stato e permanga quello delle ambiguità, delle convergenze, delle forme di “trasformismo”. Da metà Ottocento le forze “moderate” dei due schieramenti hanno sempre mirato alla più o meno ambigua confluenza, al “compromesso”: Cavour-Rattazzi, quindi Giolitti nel ’12, quindi Mussolini nel ’21-’25, quindi De Gasperi, e poi ancora Craxi, e quindi infine Berlusconi (e fra poco magari di nuovo Berlusconi e Renzi). Certo, riesce difficile capire come i neocentristi del PD renziano e i neocomunisti delle varie forme della “Sinistra” radicale di oggi possano convivere e collaborare; lo stesso valga per i rapporti tra la “palude” vagamente liberista e atlantista di Forza Italia, i sovranisti-neomissini di Giorgia Meloni e i leghisti. Lasciamo da parte i piccoli gruppi di una Destra che si vuole “estrema” e che – al di là delle componenti xenofobe e antislamiche e di un certo nostalgismo simbolico-rituale – non riesce ad esprimere nulla; e lasciamo anche da parte la questione del “populismo” e la permanente incognita pentastellata. Certo, che ad esempio nessuno, né da “Destra” né da “Sinistra”, contesti più l’atlantismo e l’adesione dell’Italia a un patto politico-militare che ha riempito la penisola di testate nucleari a dispetto della costituzione e che la grava di spese oltre a negarle pesantemente la sovranità, riesce incomprensibile: si è magari contro l’euro, si è antieuropeisti, ma si accetta tranquillamente la NATO. O sono forse i servizi, le segreterie dei partiti e i media che in questo caso intervengono mettendo a tacere contestazioni e malumori? In sintesi, il vecchio schema di Destra=Libertà e Sinistra=Eguaglianza è troppo semplicistico e inadatto alla situazione europea in genere, italiana in particolare: sembra però che il problema del rapporto fra sviluppo e solidarietà sia stato purtroppo dimenticato sia da una “Destra” sia da una “Sinistra” che si mostrano entrambe in linea generale supine all’egemonia delle lobbies multinazionali e che accettano entrambe il trend della crescente concentrazione della ricchezza e del generalizzato consumismo nonostante il dilagare della crisi. Il desolante spettacolo della recente conferenza di Davos insegni.

Su altri temi importanti, latitanza o indifferenza o superficialità la fanno purtroppo da padrone. Passiamo sopra al fallimento delle privatizzazioni che tuttavia continuano, al caos della scuola e ai problemi della sanità: rispetto ai quali ci si sarebbe aspettati qualcosa di più che non il concorde semisilenzio di “Destre” e di “Sinistre”. Non parliamo della “questione islamica” e della strumentalizzazione della paura del terrorismo, dove la generale e non certo casuale né involontaria disinformazione di cui la società civile è vittima risulta inqualificabile. Anche sul tema delle identità, che avrebbe potuto essere un terreno privilegiato della Destra, si è rimasti sul piano delle affermazioni “forti” e “decise” ma grossolane e generiche. Quel che resta sostanzialmente incontestato – con qualche occasionale penoso risveglio “revisionistico” – è il carattere dell’ultima, unica “religione civile” che ci resta: quella della shoah, che però in politica è regolarmente chiamata in causa in senso strumentale se non come ricatto elettoralistico. Ciò non riesce più nemmeno a indignare: è solo desolante.

Testi e autori di riferimento. Quali sono gli autori e/o i testi di riferimento fondamentali oggi per la Destra?

Le Destre cattoliche – a parte la ridicola avversione per papa Bergoglio – e quelle diciamo così “liberali” e “moderate” (dopo la fortunata passeggera infatuazione per i neoconservative statunitensi alla Wolfowitz e alla Ledeen) non mi sembrano esprimere nulla né d’interessante, né di nuovo. Negli anni ruggenti da Vittorini a Moravia, la cultura era nel comune parlare di chi si definiva “intellettuale” tutt’uno con la Sinistra: o era di Sinistra, o non era cultura. Il dibattito socioantropologico sul “concetto di cultura” e poi, nella seconda metà degli Anni Settanta, le polemiche sorte attorno alla Nouvelle Droite francese e ad alcune sue periferie italiche spostarono i termini della questione. In Italia soprattutto, alla luce del “riflusso” seguito agli Anni di Piombo, qualcosa si mosse e qualcos’altro fu sdoganato. Nell’Accademia come in certi ambienti della cultura militante cominciò a circolar la voce che il matrimonio tra cultura e Sinistra non era né insolubile, né monogamico. Si riscopriva frattanto nel pensiero europeo una linea Hobbes-De Maistre parallela (e alternativa?) rispetto a quella Rousseau-Marx, mentre, soprattutto da inquieti ambienti d’una Sinistra “mutante”, giungevano segnali di rilettura e di rivisitazione di Nietzsche, di De Unamuno, di Céline, di Schmitt, di Jünger. Il coraggio di un Massimo Cacciari, che come sindaco di Venezia onorava Ezra Pound ed Ernst Jünger, rimane esemplare per quanto sia ormai dimenticato nel clima delle nuove sciatte e pedestri contrapposizioni.

Anni or sono Furio Jesi provò a definire il campo della cultura di Destra: ma fu un’impresa disperata. Anche le proposte di chi ci provò in seguito – da Giorgio Galli a Dino Cofrancesco, da Norberto Bobbio a Ernesto Galli della Loggia – non parvero convincenti. La “cultura di Destra” resta ancor oggi una galassia dai contorni indefiniti e sovente contraddittorî: anche perché almeno dal 1848 esistono molte Destre o, se si preferisce, molti modi non solo di “esser di” Destra, ma anche di “stare a Destra” e di “pensare la Destra”. Il che, intendiamoci, in modo forse più attenuato si può dire della stessa Sinistra.

Si è provato a onor del vero a definire Destra e Sinistra sulla base delle coppie di opposti e della metodologia dell’aut aut: ma non è che ci si sia proprio riusciti. Prendiamo il tema della libertà: si è detto che “di Sinistra” è la Liberté, “di Destra” le Libertates. Ma a quale delle due sfere si avvicinava di più la crociana “religione della Libertà”? Oppure, prendiamo la Nazione: un classico tema forte della Sinistra nelle sue connotazioni giacobine che lo contrapponevano al Trono e all’Altare; e un non meno classico tema forte delle Destre nella sua successiva evoluzione storica. Gli “slittamenti” di valori e concetti restano un tema costante del rapporto Destra-Sinistra e della sua dinamica.

Quanto alla cultura in sé e per sé, non esiste una “cultura” che sia davvero ed esclusivamente “di Destra” (e magari nemmeno una “di Sinistra”). Esistono studiosi, scrittori, uomini di pensiero, opinion makers che stanno o dicono di stare con maggiore o minore decisione di qua o di là. Ma ciò significa in ultima analisi solo che esiste un “uso di Destra della cultura” (o più usi di Destra, irriconducibili gli uni agli altri: Croce non è Gentile, C.S. Lewis non è De Maeztu). Significa che esistono differenti politiche culturali. E differenti possibilità di lettura degli autori. È noto che Nietzsche è stato letto “da Sinistra”: ormai, anche ben prima degli studi definitivi di Mazzino Montinari, il brigantaggio di Elisabeth Forster è stato smascherato da tempo. Ma Claude Lévi-Strauss ha potuto impunemente proclamarsi già negli Anni Ottanta “anarchico di Destra”; e, a estrapolare certi confronti tra feudalesimo e capitalismo contenuti in Das Kapital, si potrebbe confezionare una crestomazia reazionaria marxiana da far invidia al De Bonald più scatenato, al più incanaglito nipotino di Charles Maurras. È stato detto che in questi e in altri casi si è trattato di decontestualizzazioni e di appropriazioni indebite: come se tali accorgimenti non fossero strumenti abituali di polemica.

Oggi, in Italia, l’espressione più intelligente e criticamente aggiornata del pensiero culturale della Destra mi sembra essere quella del piccolo e rigorosamente indipendente (ed autofinanziato) gruppo coordinato da Marco Tarchi, che pubblica “Diorama letterario” e “Trasgressioni”: ha un’origine senza dubbio di Nouvelle Droite debenoistiana, non ha mai reciso il rapporto con lo scrittore francese, ma – come del resto da tempo lo stesso De Benoist – è semmai decisamente passato al campo delle “Nuove Sintesi”: è attento al dibattito sulle identità, mostra interesse critico per il populismo, è cauto sulla questione dei migranti ma è durissimo con il “pensiero unico” e il turbocapitalismo delle lobbies multinazionali. Al principio del secolo XX, la “Destra” più interessante era, in Italia come in Francia, in Spagna e in Germania, quella d’origine socialista e sindacalista-rivoluzionaria: una “Destra-che-non-stava-a-Destra”. Oggi, ai primi del XXI secolo, l’unica “Destra” italiana che sembra sul serio pensare è quella dell’ex-Nuova Destra, una “Destra-che-non-è-più-Destra”. Così è, se vi pare.

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Numero 22 RIGHT and LEFT dicembre, 2018 - Autore:  Condividi

 

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