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Numero 23 — Patologia

23 PATHOLOGY
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FAR FINTA DI ESSERE SANI?

EDITORIALE

Tra i concetti che fortemente necessitano di un ripensamento, oggi, ci sono certamente quelli (che potrebbero essere in gran parte – ma non perfettamente – sovrapponibili) di natura e di normalità, e forse anche quello di salute. Certamente potrebbe sembrare che una costruzione di questi concetti sia un’impresa titanica; si intende dunque qui proporre di fornire un contributo a questa revisione attraverso la presa in esame di uno specifico concetto che appare come opposto ad essi, quello di patologia.

Si tratta certamente di affrontare un concetto specifico che possa illuminare, per opposizione, almeno un aspetto di quelli più generali e fondamentali ora menzionati; tuttavia non si tratta solo di questo: la possibilità di pensare la patologia è davvero la prova del possesso di un concetto di natura o di normalità che sia all’altezza di ciò che si pretende da esso. Per quanto riguarda il concetto di natura, infatti, possiamo pensare che natura sia tutto ciò che esiste, o quantomeno tutto ciò che non è costruito dall’uomo; da questo punto di vista, allora, il raffreddore o il cancro sono naturali come tutti i processi dell’organismo; nel caso della patologia abbiamo però un che di naturale che va contro la natura, contro i processi fisiologici, e li ostacola, li interrompe, li svia, portando l’organismo alla distruzione. Solo se il nostro concetto di natura ci permette di pensare questa natura che va contro la natura, questa opposizione della natura in se stessa, il concetto di natura non si appiattisce nella semplice congerie di tutto ciò che c’è.

Similmente vale per il concetto di normalità: la possibilità di pensare la patologia è ciò che evita che il concetto di normalità si riduca a un semplice concetto statistico, proprio per il fatto che una condizione patologica non può essere considerata normale solo per il fatto di essere largamente diffusa.

Infine una seria riflessione sulla patologia permette di evitare che la salute venga ridotta alla soddisfatta percezione di una conformità dello stato dell’organismo ai desideri del soggetto, in quanto proprio la considerazione del concetto di patologia permette di riconoscere che ci sono desideri per l’appunto patologici (quelli dell’anoressico, dell’alcolista, del tossicodipendente…).

Il concetto di patologia sembra dunque spingere a considerare che quando parliamo di natura, di normalità o di salute non facciamo riferimento a qualcosa che è o c’è, ma anche e soprattutto a una dimensione ideale o di dover essere; questo ovviamente implica il rischio che a stabilire questo ideale sia un potere che se ne serve per consolidarsi.

Tutti questi sono temi che ruotano intorno al concetto di patologia, ma permettono, attraverso un esame di questo concetto, di portare un contributo importante alla ridefinizione dei concetti di natura, di normalità e di salute.

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Come – per noi – è decisivo essere malati o essere sani, così tematizzare la questione della patologia induce a porre questioni decisive, sospese tra ultimo e penultimo.

La questione della patologia sembra intrecciarsi strettamente con quella della normalità. Che cos’è davvero normale? È normale essere sani, e dunque è anormale essere malati, oppure salute e malattia sono i due poli – quasi mai attingibili nella loro purezza – di un continuum, che solo costituisce la vera normalità (quale indissolubile intreccio di fisiologico e patologico)?

Da Platone in poi, la filosofia si è posta il problema di una perfetta salute, diversa dalla salute “ordinaria”, e che però comporta il pericolo niente meno che dell’estinzione dell’essere umano. Qual è il telos dell’anima? Stare all’interno dello “spettro fisio‑patologico” (Petrucci), dominando ma non annullando la parte peggiore di sé, oppure forzare la soglia che dalla finitezza – sempre un po’ sana e un po’ sofferente – condurrebbe alla pura luce di una salute senz’onta di malattia? E come potrebbe l’essere umano sopravvivere a questa altezza? L’essere umano assolutamente sano, senza nemmeno più la possibilità di ammalarsi e morire, sarebbe ancora davvero un essere umano? O non sarebbe piuttosto un “sano morto”? O, viceversa, la stessa inevitabilità della malattia – come penserebbe Agostino – è da mettere sul conto di una sorta di patologia universale (Guglielminetti)?

In Spaemann, la considerazione dell’innaturalità della malattia e della morte è basata sul riconoscimento di un istinto naturale a vivere: in tutti i fatti biologici, non solo in quelli relativi all’uomo, c’è una direzionalità, e non si comprende il vivente se non la si riconosce (Allodi-Miranda).

Una riflessione su diversi modi di concepire la malattia può mostrare come sia particolarmente promettente la prospettiva che la considera come il malfunzionamento di qualcosa di buono (Pellet). Come ha mostrato Canguilhem, il patologico si differenzia del resto dalla semplice anomalia appunto per la sua capacità di costituire un impedimento, un inciampo, per il vivente (Vissio). La malattia può quindi apparire, come afferma Malabou, come un “solco profondo” aperto nella biografia di una persona, una ferita che obbliga a rivedere la grammatica ontologica tradizionale nella direzione di un’ontologia dell’accidente (Isetta, Maggiore).

Al tempo stesso, le nuove scoperte scientifiche rendono sempre più difficile parlare di un genoma “normale”: a esser normale è la variazione (Pareti). Se è così, congetturalità e incertezza diventano inevitabili in medicina (Giaretta). Anche per questo, oltre che per l’enormità della posta in gioco, le scienze della salute non possono fare a meno del confronto con la filosofia (Gallizia).

Ezio Gamba, Enrico Guglielminetti

Numero 23 — Patologia

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23 PATHOLOGY luglio, 2019 - Autore:,   Condividi

 

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