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Patologia tra storia, genomica e scienza della riabilitazione

23 PATHOLOGY
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Sebbene l’origine del concetto “patologia” sia molto antica (il termine deriva dal greco pathos e con esso Galeno, nel II secolo d.C., indicava lo stato di sofferenza) e la parola sia attestata nel vocabolario inglese già alla fine del Cinquecento, fu soltanto nel secolo seguente che la disciplina cominciò a caratterizzarsi in maniera autonoma, da un lato definita come dottrina delle passioni, dall’altro come quella branca della medicina che riguardava le autopsie, effettuate specialmente in ambito forense. Gli storici della medicina sono concordi nel far coincidere la nascita di questa disciplina nella seconda metà del Settecento a partire dall’opera di Giovanni Battista Morgagni sulle sedi e le cause delle malattie (1761), e fu in questo periodo che, soprattutto in Inghilterra con il contributo di John Hunter, la patologia divenne una scienza sperimentale che si esercitava sugli animali. In effetti il De sedibus di Morgagni costituisce una fonte ricchissima di descrizioni (anche originali) di morbi e di osservazioni cliniche e di anatomo-patologia.

Al di là di queste tracce che portano lontano nel tempo, va però riconosciuto che la stagione della patologia intesa come ambito professionale è quella ottocentesca, che si configura nell’impostazione di anatomia patologica di Karl Rokitansky e della sua scuola viennese (denominata “Seconda scuola viennese”) cui fece da contraltare la concezione della patologia cellulare introdotta da Rudolf Virchow. Il contributo di Rokitansky è stato recentemente riportato in auge da Eric Kandel, il quale lo ha ricordato nel suo suggestivo L’età dell’inconscio (2012). Rokitansky introdusse la pratica (a quel tempo seguita soprattutto a Parigi) di sottoporre a esame post-mortem tutti i pazienti che spiravano nell’ospedale da lui diretto, al fine di correlare i sintomi con le lesioni interne che colpivano i vari organi. All’epoca furono eseguite all’incirca 60mila autopsie, e a un allievo di Rokitansky, Josef Skoda, spettò il merito dei numerosissimi riscontri tra le diagnosi da lui formulate con l’esame clinico e ciò che si scopriva “sotto la superficie delle cose”, come esortava a fare Rokitansky per arrivare alla verità. Il primo volume del suo Manuale di anatomia patologica generale (che uscì in tre volumi, per i tipi di Braumüller, a Vienna a partire dal 1847) ricevette una recensione molto critica dall’allora giovane ma emergente Rudolf Virchow, il quale all’epoca aveva cominciato a stabilire i fondamenti della nascente patologia cellulare e non condivideva la dottrina di un blastema indifferenziato come origine della formazione degli elementi cellulari. Di conseguenza, Virchow non poteva accettare neppure la concezione della malattia nei termini di una discrasia cellulare di derivazione umoralistica, secondo la quale le infiammazioni e le alterazioni (specialmente a carico dei vasi sanguigni) erano conseguenza di una cattiva distribuzione dei succhi nutritivi. Alla Vienna di Rokitansky si andava così contrapponendo, per l’importanza delle ricerche in patologia, la Berlino dell’ospedale della Charité di Virchow, il quale riconduceva l’origine e lo sviluppo della malattia non già agli organi, bensì alle unità cellulari di cui i tessuti sono formati. La teoria cellulare applicata alla patologia lo condusse a proiettare il cellularismo anche sulla formazione dei tumori, che non andavano più considerati alla stregua di prodotti discrasici, bensì come alterazioni che, a causa di un’irritazione, avevano origine a partire da elementi embrionali connettivali, e si propagavano per via sanguigna o linfatica.

 

Patologia tra storia, genomica e scienza della riabilitazione

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23 PATHOLOGY luglio, 2019 - Autore:  Condividi

 

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