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L’anima e lo spettro: fisio-patologia complessa dell’anima in Platone

23 PATHOLOGY
Petrucci

Pensare la nozione di “patologia” conduce, in modo più o meno immediato, alla contrapposizione con quella di fisiologia. Entrambi i termini hanno etimologie piuttosto chiare: il secondo, che non corrisponde semanticamente al suo corrispettivo greco, sembrerebbe designare un “ragionamento (λόγος, λογίζεσθαι) sul funzionamento naturale di qualcosa (φύσις)”, mentre il primo un “ragionamento sulle affezioni (πάθη)”. In questi termini, se la fisiologia riguarda ciò che c’è di naturale e in qualche modo appropriato per un individuo, la patologia sembra essere legata a condizioni avventizie, e da qui è facile considerare un passaggio all’idea per cui una condizione patologica dipende da offese estrinseche e in qualche modo “innaturali”. In effetti, in termini generali per una patologia medica, anche di natura psichica, è possibile rintracciare o ipotizzare una diatesi predisponente propria di un soggetto la cui espressione, a seguito di trigger eterogenei, va a determinare un fenotipo non funzionale. Una simile prospettiva, se retroproiettata sulle etiche antiche, sembrerebbe finanche radicalizzata nel caso di concezioni strettamente intellettualistiche dell’essere umano: se l’essere umano è intrinsecamente la propria razionalità, la sua condizione fisiologica consisterà nell’esercizio di questa e nell’assenza di affezioni irrazionali, mentre qualsiasi deviazione rispetto a tale condizione si presenterà, appunto, come una patologia “psichica”.

Un simile quadro, in effetti, è ben rispecchiato dalla triste vicenda dello stoico Dionisio di Eraclea, passato alla storia come Dionisio il rinnegato. Secondo il racconto di Cicerone, Dionisio, allievo di Zenone di Cizio (fondatore della Stoa), colpito da una malattia dolorosa ai reni avrebbe riconosciuto la violenza del dolore, lasciando così che la sua ragione cedesse ad esso:

«Uomo da poco, Dionisio di Eraclea, pur avendo imparato da Zenone che si deve essere forti, fu piegato dal dolore. Soffrendo di reni, fra grida lamentevoli andava urlando che quelle tesi che lui stesso poco prima aveva proclamato sul dolore non erano vere. E poiché il suo compagno Cleante gli chiedeva ragione del suo cambiamento di opinione, rispose: “Se io avessi profuso un grande impegno nella filosofia, e pure non riuscissi a sopportare il dolore, allora questo basterebbe a provare che il dolore è un male. Ma io ho effettivamente consumato parecchi anni nella filosofia, eppure non riesco a sopportare il dolore; dunque, il dolore è un male”».

 

L’anima e lo spettro: fisio-patologia complessa dell’anima in Platone

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23 PATHOLOGY luglio, 2019 - Autore:  Condividi

 

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