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La patologia universale, o dei capricci teologici della salute

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Uno degli effetti della dottrina del peccato originale, com’è stata sviluppata dalla tradizione cristiana, è quello di introdurre l’idea di patologia universale. In questa valle di lacrime, siamo tutti infermi, anche quando ci sentiamo benissimo. La cosa più naturale del mondo per un essere vivente – ammalarsi e morire – diviene, per Agostino, innaturale. Nell’Eden l’uomo può non morire. Non c’è nulla nella sua costituzione fisica che renda inevitabile la malattia, l’invecchiamento, il deperimento e la morte, che vengono infatti introdotti solo per un atto di libertà. Il “mondo” nasce con il peccato e dal peccato, l’Eden è dunque un pre-mondo, in cui la natura non conosce violenza, morte e malattia. Il creatore del mondo qual è (quello in cui ci ammaliamo e moriamo o in cui il lupo divora l’agnello) non è Dio da solo, ma – per una parte decisiva – l’uomo (e, insieme a lui e prima di lui, un anti-dio).

È probabile che Agostino, e con lui gran parte della tradizione cristiana, sbagli nell’interpretare il racconto del peccato originale. Agostino interpreta alla lettera quella che è un’espressione metaforica per la possibilità che – oggi come ieri come domani – l’essere umano ha di vivere in pace con la natura e con gli altri, possibilità da cui è tragicamente distolto da un istinto di male così gratuito e così radicale, da apparire quasi connaturato. Nella dogmatica cristiana, l’Eden diventa invece un luogo e un tempo preciso e la condizione edenica una condizione di immortalità possibile, che va subito perduta e che andrà ricuperata ad opera del Salvatore.

Inutile dire che la versione biblica è molto più digeribile per l’uomo contemporaneo, mentre quella agostiniana è impraticabile. Noi oggi sappiamo che non ci fu alcun paradiso terrestre all’inizio della storia dell’uomo. Sebbene il mito, nell’interpretazione letteralistica cristiana, sia divenuto inservibile, proprio quell’errore ermeneutico, che è in solido un errore ricostruttivo circa la storia del genere umano, è tuttavia stranamente ancora in grado di dar da pensare.

In questa sede, e ai fini di un discorso sulla patologia, vorrei soffermarmi appunto sulla nozione di una patologia universale. Allo scopo di pensare il bene puro (una vita e una salute che non siano già da sempre e necessariamente implicate nella dialettica dei contrari: vita-morte, salute-malattia), la tradizione religiosa legge appunto come incidente drammatico di percorso (come atto di libertà sgradito e in larga parte imprevedibile, che avrebbe dovuto e potuto non essere) quello che la scienza dimostra come necessità. La morte, per la tradizione religiosa, non è una conseguenza (naturale) della vita, ma la sua interruzione – appunto – innaturale (cosa che si comprende bene, se si assume il punto di vista del singolo, per il quale la morte e la malattia arrivano sempre di sorpresa e a tradimento). Non può essere Dio il responsabile di questo evento contro-natura, che in quanto tale dipende invece da forze ribelli e antagoniste (sia pur subordinate).

Abbiamo già accennato come da questa visione della storia derivi una tendenza sadica alla negazione del mondo. Forse la dottrina del peccato originale è essa stessa una forma di peccato (di erramento e sviamento), e tra le più pervasive, per giunta. Non s’innesta qui la perversione? Che cos’è la perversione, se non considerare la vita com’è (l’unica vita che c’è, quella che abbiamo sott’occhio) come opera del diavolo o della donna? Tutto è perverso per chi è perverso, e la religione vede appunto come abominio quello che invece è natura. Come interpretare la nozione di “patologia universale”? forse che il cristianesimo è una forma di complottismo metafisico ante-litteram, che vede inganno e tradimento là dove invece il sano buon senso sa che non c’è nulla da sospettare? Le critiche alla religione sono tutte giustificate, in particolare giusta il ruolo oppressivo e regressivo che dottrine di tal fatta hanno spesso giocato nella storia e si provano a giocare ancor oggi. Ciò non toglie che è difficile non avvertire la fascinazione teorica di un dispositivo concettuale così originale come quello della “caduta”, e dunque ­– come qui si sostiene – dell’idea di patologia universale.

La patologia universale, o dei capricci teologici della salute

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23 PATHOLOGY luglio, 2019 - Autore:  Condividi

 

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