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Quando la malattia “rimette in forma”: la plasticità distruttrice e le figure del trauma

23 PATHOLOGY
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«La mia realtà è completamente diversa da com’era poco tempo fa. […] Sto perdendo i miei ieri […]. E se mi svegliassi senza riconoscere mio marito? Se non sapessi dove mi trovo o non mi riconoscessi allo specchio? Quando smetterò di essere me stessa? La parte responsabile del mio essere me stessa e nessun’altra è vulnerabile alla malattia? O la mia identità è qualcosa che trascende neuroni, proteine e difetti molecolari del DNA?».

Con queste parole Alice Howland, la professoressa di linguistica affetta da una forma precoce di Alzheimer e protagonista del libro Perdersi – scritto da Lisa Genova, neuropsicologa e docente presso l’Università di Harvard – esprime il proprio disorientamento e i propri timori nei confronti di una malattia che “divora lentamente i suoi ieri”, i suoi ricordi. In certi momenti Alice è quella di sempre, ma in altri si trasforma in una sconosciuta per i suoi cari e per se stessa, in una donna incapace di arginare il progressivo sfaldarsi della propria identità.

«La facoltà di assistere di colpo alla nostra propria assenza» di cui parlava Proust e che ben descrive il vissuto dei pazienti affetti da sindromi neurodegenerative o da gravi traumi non è mai stata elevata alla dignità di problema filosofico. Eppure Catherine Malabou – una delle pensatrici più influenti del dibattito francese contemporaneo, allieva di Jacques Derrida e docente presso l’Université Paris-Ouest Nanterre e la Kingston University di Londra – ritiene che proprio alla filosofia spetti il compito d’indagare l’isolamento affettivo dei malati d’Alzheimer, la solitudine di chi soffre di depressione e il dolore provato da persone “sopravvissute” alla distruzione della loro identità, temi che implicano il ricorso a un nuovo concetto di patologia, capace di coinvolgere «tanto la forma quanto l’essere»dell’individuo. Nell’opera Les nouveaux blessés la pensatrice francese confida al lettore le motivazioni personali che l’hanno indotta a maturare tale idea: la malattia della nonna, affetta da Alzheimer. Quando andava a trovarla nella clinica in cui era ricoverata, l’autrice aveva l’impressione di conversare con un’estranea: l’anziana non riconosceva più se stessa né la nipote come se «dietro l’alone familiare dei capelli, il tono della voce, il blu degli occhi, si percepisse, fenomeno ontologico sconvolgente, la presenza assolutamente incontestabile di qualcun altro».

 

Quando la malattia “rimette in forma”: la plasticità distruttrice e le figure del trauma

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23 PATHOLOGY luglio, 2019 - Autore:  Condividi

 

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