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I paradossi dell’alternativa nella società morfogenetica.

24 ALTERNATIVE
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Com’è possibile e che cosa significa parlare di “alternativa” – in campo sociale e politico – nello spazio-tempo della società globale contemporanea? La domanda, posta in forma generica, appare oggi brusca e forse teoricamente intrattabile. Certamente lo è in questo breve intervento, in cui tuttavia vorrei almeno indicare le coordinate del problema da un punto di vista sociologico. In breve, il nucleo della mia argomentazione consiste in una tesi complessa, che riassumo così: l’idea e la pratica di alternativa tendono oggi a concretizzarsi in programmi culturali diversi e contraddittori, che appaiono in regioni e sottosistemi diversi della società globale, sostenuti da élites e da movimenti sociali differenti. Questa diversità non può essere ricondotta a un’unica “grande tendenza”. Ciò che si osserva è che le alternative emergenti vanno dalla ri-combinazione creativa delle componenti ideali e strutturali tipiche della modernità a una più radicale alternativa alla società in quanto tale. Ciò che si può fare è studiare le condizioni sociali e culturali che condizionano questi processi e cogliere le relazioni tra le forme di vita sociale e personale che ne emergono. Soltanto percorrendo questo tortuoso cammino analitico si può arrivare alla profonda domanda latente, cioè quella relativa al senso che l’idea di alternativa può ancora avere, nel contesto attuale. Bisogna dunque anzitutto fare un passo indietro.

Nell’universo politico e culturale della Guerra fredda la parola “alternativa” evocava un significato univoco, tanto per gli studiosi quanto – e forse ancora di più – per l’opinione pubblica in genere: si trattava di due “mondi” – due grandi territori, due aree d’influenza, due blocchi geo-politici e geo-culturali – relativamente omogenei e contrapposti, cioè alternativi l’uno all’altro, quanto agli interessi, alle identità e al progetto di società che implicavano. E tali progetti erano, con buon margine di approssimazione, altrettanto chiari. I movimenti e i programmi culturali (a loro volta) alternativi, di carattere tipicamente utopico, che si svilupparono durante tutta quella stagione storica entro ciascun sistema furono in massima parte eterodossie scaturite da quella opposizione polare, in qualche modo parassitarie rispetto a essa.

La situazione successiva è avvolta nelle nebbie del paradosso. Il crollo del muro di Berlino, di cui si è appena celebrato il trentennale, ha significato tutto e il contrario di tutto per la generazione di chi era allora giovane e per quelle successive: l’aprirsi e il chiudersi di possibilità, di chances di vita individuale e collettiva, di orizzonti ideali. Questo scenario è stato, fino ad ora, compreso attraverso due narrazioni egemoniche, ciascuna in un suo spazio sociale, politico e culturale di plausibilità, ma anche tra loro intrecciate. Una è stata quella, notissima, della fine della storia. La vittoria della Guerra fredda da parte dell’Occidente implicava, tra l’altro, che un solo regime – quello liberal‑democratico e del capitalismo di mercato, di stampo europeo e nord-atlantico – fosse ormai immaginabile come modello diffusivo su scala mondiale. Basterà tempo e modernizzazione – così si dice – e la società globale finirà tutta su quel binario. Questa, in fondo, è l’idea che già prima del fatidico 1989, negli anni Ottanta del secolo scorso, veniva sintetizzata nell’espressione “TINA” – there is no alternative.

I paradossi dell’alternativa nella società morfogenetica.

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24 ALTERNATIVE dicembre, 2019 - Autore:  Condividi

 

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