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L’ultimo gesto di Socrate. Il pudore e l’enigma

Num°05 SHAME
IconologiaEnigma

Il finale del Fedone, ovvero la scena della morte di Socrate, ci consegna un celebre enigma e un enigma nascosto, che quello manifesto contribuisce a celare. L’enigma visibile è costituito dalle famose ultime parole di Socrate rivolte a Critone e, indirettamente, agli altri amici e discepoli presenti: «dobbiamo un gallo ad Asclepio. Pagate questo debito e non dimenticatevene»(Fedone 118a 7-8). Su queste «ridicole e terribili “ultime parole”», quali le definì Nietzsche, si è concentrata l’attenzione degli interpreti della “grande esegesi” platonica, cercando una connessione con quanto detto nel dialogo, con gli usi rituali e simbolici della religione greca, con i misteri e persino con la kabbalah ebraica. Eppure il loro fascino magnetico e misterioso ha messo in ombra un gesto di Socrate – il suo ultimo gesto –, che quella frase precede e che, ripetuto, a quelle parole immediatamente segue.

Il Fedone, come avviene nei capolavori platonici in cui eccellenza filosofica e qualità letteraria convergono, è un’alchemica composizione di narrazione e argomentazione dove gli elementi costitutivi non possono essere divisi senza perdere qualcosa di essenziale. Quando gli studiosi separano la “cornice narrativa” e i “miti” dalla “teoria” platonica, ovvero il discorso sull’anima e sulle “prove” della sua immortalità che, in seguito, è stato indicato e inteso come il luogo di nascita della metafisica occidentale, non trascurano semplicemente degli importanti dettagli per la ricostruzione del senso del testo, soprattutto non vedono e, quindi, ignorano, il carattere di precisa messa in scena drammaturgica a cui Platone riporta l’evento stesso del pensare. Ecco che la chiusa del Fedone (Fedone 116a 2 – 118a 17), dopo le schermaglie logiche con Simmia e Cebete sulla natura dell’anima e dopo il grande affresco del mito escatologico e cosmologico dell’Ade, diviene un perfetto insieme di “note di regia”, in cui ogni azione di Socrate e dei suoi compagni, lo stesso declinare del sole sulla cresta delle montagne dell’Attica, viene minuziosamente descritta. Ecco i lavacri rituali, il congedo dei familiari, dei figli, della moglie e delle donne della sua famiglia, l’ingresso dell’incaricato con il phármakon, le osservazioni sulla preparazione della pozione, l’ironia sulla libagione, l’ingestione della cicuta, il pianto dei discepoli, Socrate che cammina in lungo e in largo per la stanza del carcere per far agire il veleno e poi, quando questo comincia a fare effetto, si distende supino sul letto mentre il carceriere, con scrupolo anatomico e descrivendo ai presenti l’azione progressiva della sostanza venefica, gli tasta il corpo: i piedi, i polpacci, le gambe, l’addome. Infine, le famose ultime parole, il silenzio di Socrate, quel sussulto (ekinéthe), quell’«aoristo dissonante», come scriveva Jankélévitch, dopo di cui «non c’è più dialogo, e le speculazioni sull’immortalità non sopravvivono allo spasmo che annuncia la morte dell’essere pensante». Nella sua versione musicale de La mort de Socrate, terzo movimento del suo “drame symphonique avec voix” dedicato a Socrate, Erik Satie faceva succedere alla continuità regolare degli accordi, alla calma recitativa che percorre l’intera partitura di quest’opera, un’unica stridente dissonanza. Proprio in corrispondenza del sussulto di Socrate – «il fit un mouvement convulsif», recita il pastiche tratto dal testo platonico – un do naturale si scontrava con un do diesis.

Allora, come leggiamo subito dopo, «l’incaricato del veleno gli scoprì (exekálipsen) il volto, aveva lo sguardo fisso. A quella vista Critone gli chiuse la bocca e gli occhi»(Fedone 118a 12-13). Del resto, prima di proferire l’enigmatica frase sul gallo ad Asclepio, le “note di regia” di Platone ci avvisano che Socrate pronuncia le sue ultime parole «scoprendosi il volto, che aveva coperto (ekkalypsámenos – enekekálypto gár)»(Fedone 118a 6). Queste due notazioni ci permettono di dedurre che l’ultimo gesto di Socrate, di cui tuttavia il testo del Fedone non ci fornisce mai una descrizione diretta, fu quello di coprirsi il volto. È un gesto ripetuto. Una prima volta, quando, steso supino, attende gli effetti della cicuta, con il graduale irrigidirsi e raffreddarsi delle membra. La seconda, quando, dopo essersi scoperto per poter parlare e ricordare a Critone di sacrificare il gallo ad Asclepio, subito si ricopre.

L’ultimo gesto di Socrate. Il pudore e l’enigma

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