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Numero 06 – Saturazione

Num°06 SATURATION
numero 06 – saturazione

L’EPOCA DEL TAPPO

EDITORIALE


Abbiamo deciso di dedicare un numero al concetto di “saturazione”, perché ci è parso che si tratti insieme di un sentimento diffuso e di un concetto sotto choc, che va ripensato. Come sentimento, la “saturazione” designa qualcosa come un  averne fin sopra i capelli. Uno stato, dunque, di leggera sommersione, sufficiente però per soffocare, come nelle bellissime foto di Alban Grosdidier. Da questa condizione si esce con sbocchi d’ira improvvisa, come nel caso della saturazione verso i comportamenti immorali di molti politici; ma questa uscita non è un’uscita, e le strade alternative che trova sono sovente soltanto modi differenti di avvilupparsi ancora più strettamente nella pellicola che c’impacchetta completamente. Il soffocamento, l’assenza di futuro e di vie d’uscita, la compressione eccessiva – quando non determinano esplosioni –  paralizzano e immobilizzano. “Saturazione” indica quindi uno stato di troppo pieno. Molte forze politiche sfruttano questo sentimento, facendo appello a una concezione fisicalista dello spazio, per cui così non si può più andare avanti, e occorre “svuotare la vasca”. Quest’immagine nega ogni fluidità: lo scarico non è un fatto normale, ma qualcosa che va conquistato di forza, dal momento che un tappo impedisce il deflusso. Siamo, in un senso, l’epoca del tappo, e la difficoltà delle forze progressive è legata in gran parte all’incapacità di trovare contro-immagini, che risolvano la metafora idraulica in modo convincente per tutti.

Altre volte, la “saturazione” indica qualcosa come un’impossibilità pratica, che politiche ragionevoli – sebbene con rammarico – sarebbero  costrette ad assumere.  Come nel caso in cui siano disponibili solo 10 dosi efficaci di vaccino contro un virus mortale, a fronte di 1000 bambini da vaccinare. Con le migliori intenzioni, non ce n’è per tutti, e politici e filosofi possono essere chiamati, nel caso, a proporre criteri (sempre a forte rischio di essere aberranti) di priorità. La crisi dello stato sociale ci mette di fronte al fatto che la coperta è troppo corta, e discutiamo di chi e come debba restarsene nudo.

Come concetto, “saturazione” individua forse la scena politica originaria. Come se il “politico” (nel senso neutro della dimensione politica: das Politische) ­– da sempre – fosse determinato dall’essere posti di fronte a uno stato di penuria e sovraffollamento, e consistesse nella scommessa che è possibile darvi risposta. Tramite la guerra e l’occupazione di spazi altrui, di primo acchito.  Tramite la pace, in seconda e ultima istanza.

In senso politico, la “saturazione” sarebbe dunque la situazione distributiva originaria. Si deve distribuire quello che non c’è. Come una distribuzione possa nascere da una saturazione, è il problema del “politico”, e Destra e Sinistra si dividono sulla risposta da dare a questa domanda. Entrambe, in modo del tutto differente, cercano di trovare le risorse che non ci sono, e “trovare” è – proprio per questo ­­– un verbo identificativo dell’attività politica. La politica è in fondo una forma del trovare.

Ma quale ontologia, se ce n’è una, corrisponderebbe a questo trovare?  Non quella della potenza e dell’atto, del genere e della specie. Che, come si potrebbe osservare, non ha mai problemi di spazio. Lo spazio vuoto di un genere, è riempito perfettamente e senza residui dalle differenze specifiche, come una cucina componibile si adatta perfettamente a una parete. L’ontologia dell’atto e della potenza si lascia esprimere bene dal verbo to fit. Un’altra ontologia, che avesse innanzitutto che fare col “troppo”, dovrebbe farla finita con questo fitness, reinterpretando in questa direzione l’indicazione aristotelica per cui l’essere non può essere un genere. Il che ­– tradotto nei nostri termini – potrebbe significare qualcosa come: non c’è spazio vuoto abbastanza; le differenze  non articolano uno spazio vuoto ma insistono su uno spazio già pieno, talché ci possono “stare” solo contando due volte. A una condizione di sovraffollamento, dovrebbe quindi corrispondere a sua volta un’ontologia in stato di compressione,  una metafisica allo stretto.

“Saturazione” si dice ­– filosoficamente –  in molti modi. Si tratta ­– per fare solo qualche esempio ­–  di un concetto chiave di Frege: «L’enunciato “Cesare conquistò la Gallia” può essere scomposto in “Cesare” e “conquistò la Gallia”. La seconda parte è insatura (ungesättigt), reca con sé un posto vuoto e solo quando questo posto vuoto è riempito da un nome proprio o da un’espressione che fa le veci di un nome proprio si ottiene un senso conchiuso. Io chiamo anche qui “funzione” il significato della parte insatura. In questo caso l’argomento è Cesare».

“Saturazione” è anche una categoria dell’estetica del cinema deleuziana: «Il quadro è dunque inseparabile da due tendenze, verso la saturazione (saturation) o la rarefazione». Come «repleteness», è un concetto importante dell’estetica di Goodman. Più di recente, l’idea di “saturazione” svolge un ruolo importante nella fenomenologia di Marion: «Diventa allora possibile prendere in considerazione c) i fenomeni saturi (les phénomènes saturés), in cui l’intuizione sommerge sempre l’attesa dell’intenzione». Peter Sloterdijk parla di «fase di saturazione (Sättigungsphase)» in un’accezione filosofico-politica.

Risalendo più indietro, “saturazione” è – ovviamente ­– un concetto di filosofia della chimica, come ad esempio nella Logica di Hegel.

Tenendo queste elaborazioni sullo sfondo, e talora proseguendole esplicitamente, gli articoli di questo numero si caratterizzano complessivamente per una maggiore accentuazione del côté storico-sociale della categoria: “saturazione” dunque non tanto come pienezza o riempimento, quanto piuttosto come  sofferenza e dolore. Il paradosso è che, pur in questa accezione negativa,  la “saturazione” non appare qui in primo luogo come qualcosa da eliminare, seguendo la via di aferesi tagli e decrescite, quanto piuttosto come una risorsa. Come se solo per la via lunga della saturazione fosse possibile guadagnare un’idea più radicale di distribuzione e di democrazia. La saturazione porta la guerra. La pace – che è il suo contrario ­– avviene però nel medesimo luogo, come uscita senza uscita dalla condizione di soffocamento. Per questo il destino di spazi piccoli e fin troppo saturi, come quelli di Israele e della Palestina, appare come la chiave interpretativa fondamentale del nostro futuro. Giunti, per dir così, alla fine delle terre, gli spazi – che mancano ­– non possono più essere conquistati, ma vanno in certo modo inventati. Trovare spazi, come trovare risorse, è dunque diventata la parola d’ordine del “politico”. Come ciò possa accadere non solo tramite tagli e redistribuzioni, e tanto meno tramite conquiste ed espulsioni, ma tramite uno spazio aumentato, una realtà aumentata, è il rompicapo che abbiamo di fronte.

Enrico Guglielminetti

Numero 06 – Saturazione

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