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Realpolitik

Num°08 REALITY
Bismarck

Nel linguaggio politico corrente il termine realismo tende ad assumere almeno due diversi significati. Da un lato, è inteso, con accezione perlopiù negativa, come sinonimo di cinismo amorale, di opportunismo e di esaltazione del diritto del più forte. E, come tale, è avvertito come un pericoloso strumento al servizio dei potenti. Dall’altro, richiama invece quel particolare orientamento di pensiero che, in contrasto a ogni costrutto ideologico e utopico, intende far esclusivo riferimento ai vincoli oggettivi posti dalla realtà, traducendosi in un atteggiamento polemico sia verso le retoriche del potere, sia verso ogni assolutizzazione di valori. In questa prospettiva, il realismo politico diviene un’arma efficace contro le manipolazioni e le falsificazioni della politica.

Stando a un celebre passo del capitolo XV de Il Principe, in cui Machiavelli espose compiutamente il punto di vista realista, è possibile affermare, in prima approssimazione, che uno degli elementi centrali nella riflessione del realismo politico risiede nella dialettica tra realtà e apparenza. In altri termini, mentre l’idealista trasfigura e l’utopista smarrisce la realtà del potere, il realista ricerca il volto più autentico della politica al di sotto del mondo delle idee e al di là delle maschere deformanti delle ideologie e delle dottrine. Anziché rivolgere la propria attenzione al sovra-mondo delle idee platoniche, egli trae perciò ispirazione soprattutto dallo studio del passato, dall’attenta interpretazione del presente e infine dalla congettura razionale del futuro.

In virtù della molteplicità dei modi di intendere il principio di realtà, il realismo politico tende però ad assumere connotazioni politiche anche molto diverse tra loro. Si può infatti parlare di un realismo ad uso dei progressisti, cioè di un realismo che, a partire da un’accurata analisi dei rapporti sociali, economici e politici, si pone come strumento di superamento delle fonti tradizionali di legittimazione politica e, insieme, come strumento di correzione delle ingiustizie. Ma si può anche parlare di un realismo ad uso dei conservatori, cioè di un realismo che, a partire da una concezione antropologica negativa e dalla constatazione dell’immutabilità dell’animo umano, tende a promuovere la salvaguardia dello status quo.

L’esistenza di molteplici “realismi” – almeno tanti quanti sono i realisti – dimostra quanto sia difficile far riferimento a una vera e propria tradizione consolidata di pensiero e sia, al contrario, più opportuno richiamarsi a un insieme eterogeneo di intuizioni.

Tale indefinitezza si spiega alla luce di un elemento fondamentale: a differenza delle concezioni filosofiche della politica, che muovono dalla teoria per imporre modelli alla prassi, il realismo è una concezione della prassi politica situata all’incrocio tra la prospettiva dell’attore, ove prevale l’ottimismo dell’azione, e la prospettiva dello spettatore, ove prevale invece il pessimismo dell’intelligenza.

Non è un caso, infatti, che i suoi più autorevoli esponenti, Tucidide e Machiavelli, abbiano intrapreso la loro riflessione in seguito al fallimento della propria esperienza politica e, con ciò, solo dopo essere divenuti interpreti di grandi rotture. Se è vero, dunque, che la sua riflessione politica avviene perlopiù post res perditas, risulta facilmente intuibile la ragione che spinge il realista a porsi in lotta con la realtà in cui vive. E quindi ad assumere una prospettiva non solo descrittiva, ma anche implicitamente prescrittiva, nella misura in cui, attenendosi a un proprio principio di realtà, aspira a trasformare la realtà fattuale.

Realpolitik

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