RSS
 

Il partito oltre il «secolo breve»: tracce per un ripensamento

Num°09 POLITICAL PARTIES
manifestielettorali

1. Il “secolo breve” dei partiti

Il 21 aprile del 1993, nel discorso in cui annunciava al Parlamento le proprie dimissioni dalla carica di Presidente del Consiglio, Giuliano Amato ebbe modo di formulare lo schema di un radicale ripensamento della storia politica italiana del Novecento. Amato non si limitava infatti a riconoscere nell’esito clamoroso dei referendum del 18 e 19 aprile la sconfitta del sistema dei partiti, e in particolare di quei partiti che si trovavano allora nel cuore della tempesta di “Tangentopoli”. In termini assai più generali, rilevava come la consultazione referendaria andasse a sancire l’avvio di «un autentico cambiamento di regime»: un cambiamento che, osservava, «fa morire dopo settant’anni quel modello di partito-Stato che fu introdotto in Italia dal fascismo e che la Repubblica aveva finito per ereditare, limitandosi a trasformare il singolare in plurale». Il Presidente dimissionario scorgeva inoltre nella stessa “forma-partito” – anello di connessione tra società e Stato – l’origine pressoché inevitabile della «degenerazione» clamorosamente portata alla luce dalle inchieste giudiziarie, e precisava infatti che la «degenerazione progressivamente intervenuta nei partiti italiani, quel loro lasciare vuota la società», non costituiva altro che «il ritorno o la progressiva amplificazione di una tendenza forte della storia italiana e che nella storia italiana era nata negli anni Venti e Trenta, con l’organizzazione di “quel” partito», perché – secondo il suo ragionamento – era proprio con l’istituzionalizzazione del Partito Nazionale Fascista che aveva preso forma la pratica dell’utilizzo “partitico” delle risorse pubbliche per la conquista del consenso nella società:

«È dato di fatto che il regime fondato su partiti che acquisiscono consenso di massa attraverso l’uso della istituzione pubblica è un regime che nasce in Italia con il fascismo e che ora viene meno. E non a caso. Nello stesso momento viene meno quel regime economico fondato sull’impresa pubblica che era nato negli anni Trenta. Ed è un regime economico e un regime di partiti che attraversa per certi aspetti pure un cambiamento importante, pure fondamentalissimo, come quello del passaggio tra quel regime e la Repubblica e che viene meno ora».

Con quel discorso Amato registrava il radicale mutamento intervenuto nel clima politico, ma, con la consueta raffinatezza intellettuale, recepiva anche i motivi cruciali di una polemica che aveva accompagnato la Repubblica fin dalle origini. La «partitocrazia» era stata infatti oggetto di critiche feroci fin dagli anni Quaranta, e aveva trovato avversari spietati, per esempio, in Roberto Lucifero, in Giuseppe Maranini, in Luigi Sturzo, oltre che in Guglielmo Giannini e nell’efficace retorica dell’«Uomo Qualunque». Quel genere di polemica – che, in generale, rimproverava ai partiti una congenita tendenza totalitaria, l’usurpazione della sovranità del popolo, l’accaparramento delle finanze statali per interessi di parte – era però rimasta a lungo marginale all’interno del dibattito pubblico. Se certo non erano mancati attacchi impietosi alla realtà dei partiti italiani, la critica alla forma-partito non aveva infatti quasi mai oltrepassato i confini del mondo liberale e della destra. A partire dalla fine degli anni Settanta, la critica «anti-partitocratica» incominciò però a conquistare strati sempre più ampi dell’opinione pubblica italiana, non solo per il rafforzamento delle correnti liberal-conservatrici, ma anche grazie ad attori più vicini all’elettorato di sinistra, come per esempio il Partito radicale di Marco Pannella o “la Repubblica” di Eugenio Scalfari, che svolsero un ruolo probabilmente fondamentale nel consolidare una nuova retorica anti-politica, indirizzata proprio contro la “degenerazione partitocratica”. E nel suo discorso alla Camera, pronunciato mentre infuriava la tempesta di “Tangentopoli”, Giuliano Amato finiva proprio con l’attingere a quel patrimonio retorico e argomentativo. Un patrimonio inevitabilmente “revisionista” rispetto alla retorica della Repubblica sorta dalla Resistenza, che aveva invece riconosciuto nei partiti – ovviamente declinati al plurale – il baluardo della democrazia, oltre che degli strumenti insostituibili di educazione civica. Comprensibilmente, quella lettura fu salutata così da più di qualche obiezione. Norberto Bobbio in particolare biasimò la ricostruzione proposta dal Presidente del Consiglio, osservando che si trattava del «giudizio storico più antirepubblicano che possa mai essere stato pronunciato, quasi che la nostra Repubblica fosse la continuazione del fascismo». E, in effetti, la lettura di Amato appariva segnata da non poche forzature, tra cui la tesi di una continuità tra il ventennio e la stagione repubblicana era certo la più evidente, sebbene non l’unica. Ciò nondimeno, quella ricostruzione non poteva essere contestata almeno da uno specifico punto di vista, che riguardava in particolare la riflessione dottrinaria sul ruolo dei partiti.

Il partito oltre il «secolo breve»: tracce per un ripensamento

scarica pdf
 
Commenti disabilitati

Numero 09 POLITICAL PARTIES novembre, 2013 - Autore:  Condividi

 

Tags: , , , , ,

 
porno porno izle porno porno film izle