RSS
 

Spazi e sentimenti (atmosferici). A partire dalla nuova fenomenologia

Num°11 SPACE
Griffero2jpg

 

1. Spatial turn

Come riescono i pedoni che affollano uno stretto marciapiedi a non urtarsi senza “prendere le misure”? Come si fa a evitare un oggetto in avvicinamento senza calcolarne la distanza, ma reagendo con una parte del corpo ben sincronizzata nel nostro schema corporeo-motorio? E se si vuole, più banalmente, perché lo spazio dell’andata sembra quasi sempre essere maggiore (anche quantitativamente) di quello del ritorno? Sono alcune delle molte domande per rispondere alle quali occorre abbandonare la concezione fisicalista dello spazio e la geometria piana che fin dall’età dei Greci ne è il presupposto strutturale, e riflettere invece, convinti che «lo spettro della spazialità [sia] molto più esteso di quanto lasci supporre la concettualizzazione classica in ambito filosofico e scientifico» (Schmitz 1967, p. XVI), sullo spatial turn a giusto titolo divenuto centrale negli ultimi decenni nelle scienze umane. Si tratta quindi, di approfondire in forma aggiornata lo speciale interesse, manifestatosi nel XX secolo in ambito dapprima fenomenologico-psicopatologico (Heidegger, Binswanger, Minkowski, Straus e soprattutto von Dürckheim) e poi antropologico-esistenzialistico (Merleau-Ponty, Bachelard, Bollnow), per il modo in cui lo spazio si “costituisce” e viene “vissuto”: per quel modo che, soltanto, legittima la possibilità di dire che lo spazio lo si ha o lo si fa, che ci manca e quindi ne pretendiamo di più, o che è intollerabilmente troppo.

L’esigenza di questo “ritorno” di un fenomenologico spazio vissuto, irriducibile al continuum formale e privo di lacune a cui pensano matematica e fisica − «oltre alla distanza fisica o geometrica che esiste tra me e tutte le cose, una distanza vissuta mi collega alle cose che contano ed esistono per me e le collega tra di esse. Questa distanza misura in ogni momento l’“ampiezza” della mia vita» (Merleau-Ponty 1945, p. 375) −, va ora nutrita di nuove riflessioni, ricavabili in particolare dal suggestivo, non nonostante ma proprio perché di primo acchito radicalmente controintuitivo, progetto di depsicologizzazione perseguito dalla Nuova Fenomenologia di Hermann Schmitz.

2. Genesi dello spazio (locale)?

Riflettiamo anzitutto sul percorso quasi drammaturgico che secondo Schmitz presiede alla genesi della concezione ordinaria dello spazio. Questa emergerebbe nel momento in cui le direzioni proprio-corporee (leiblich), come tali orientate irreversibilmente dall’angustia (Enge) alla vastità (Weite), vengono inibite e “terminate” da un qualche ostacolo e danno così vita a superfici. Nello spazio locale così generato le distanze sono totalmente reversibili, le relazioni sono meramente posizionali in quanto costituite da coppie di punti liberamente costruibili, annullabili o modificabili, e la stessa basilare distinzione tra movimento e immobilità risulta sempre solo relativa, anzi, stando solo sul piano concettuale, addirittura circolare, visto che la quiete presuppone il luogo e il luogo presuppone la quiete. Ma soprattutto questo spazio locale, vera e propria dimensione parassitaria di uno spazio direzionale, di cui stempera – con una Entlastung à la Gehlen − l’immanente e assai esigente comunicazione leiblich nel momento stesso in cui interseca, e quindi di fatto tronca, le direzioni leiblich centrifughe (sguardo e motricità) e centripete (suggestioni motorie cosali e quasi-cosali), opera una sorta di globale “disincanto”. Attutisce cioè le altrimenti attivissime affordances ambientali, cosali ma soprattutto quasi-cosali, liberando così la fantasia combinatoria del soggetto in una misura impossibile in altre forme di spazialità (donde scrittura e disegno in quanto proiezioni fantastiche su superfici) e assegnando per la prima volta al percipiente una vera collocazione oggettuale. Solo nello spazio (divenuto) locale, infatti, il Leib come luogo assoluto − qualcosa di ben più incarnato del Nullpunkt husserliano – trova un partner (la superficie) in cui riflettersi e grazie a cui trasformarsi in un corpo fisico (Körper), ossia in un oggetto tra gli altri (cfr. Schmitz 2007, p. 72). Con la generazione poi delle varie dimensioni (unidimensionalità della retta, bidimensionalità delle superfici, tridimensionalità dei corpi) e delle ulteriori strutture dello spazio ordinario, prenderebbe avvio un processo di emancipazione dal coinvolgimento affettivo-leiblich (che contraddistingue la “presenza primitiva”) i cui sviluppi sono tanto pragmaticamente necessari, ad esempio col conseguimento di un punto di vista esterno, ecc., quanto eventualmente nefasti se unilateralizzati come nel razionalismo intellettualistico occidentale.

Quel che si può dire è allora che in principio era ed è la superficie. Ma solo all’origine della concezione ordinaria dello spazio, vale a dire di una neutralizzazione della Lebenswelt che, mentre rende possibile all’uomo una distanziazione ex-centrica e di conseguenza una pianificata organizzazione dello spazio mediante invarianti operative, occulta però fatalmente qualcosa di più originario. È a ben vedere solo da questa spazialità, puramente acquisita e derivata ancorché garanzia dell’emancipazione personale, ciò da cui muovono però quasi tutti, filosofi e non, spacciando per originario lo spazio esteriorizzato.

Ma non sarà contraddittorio ammettere una voluminosità non dimensionale, vale a dire una spazialità che precede le dimensioni con cui geometria e fisica operano sullo spazio rendendolo omogeneo e quindi anodino, oppure, come pensa Schmitz, il semplice rilevamento di una contraddittorietà già segnala la ricaduta nel senso comune (finanche linguistico)? In una concezione dello spazio del tutto condizionata dal costruttivismo matematico elementare (la spazialità nelle hard sciences più avanzate è da almeno un secolo ben altra cosa), ma in larga misura estranea alla nostra esperienza quotidiana? Nel liquido in cui siamo immersi, ad esempio, ma anche nel suono e nel silenzio, nell’articolazione gestuale e più in generale nel nostro Leib (cfr. Griffero 2010c) − ovviamente solo quando, senza l’ausilio dei cinque sensi, avvertiamo l’effetto emozionale delle sue varie “isole” (angoscia, dolore, piacere, freschezza, spossatezza, ecc.) −, vi sono sicuramente direzioni e volumi assai invadenti rispetto al percipiente, ma nessun angolo retto che dia la possibilità di distinguere lunghezza, larghezza e profondità. E, soprattutto, non vi sono superfici, in quanto, mentre il braccio toccato si mostra sì come superficie, l’isola proprio-corporea di piacere e tepore destata qui dal tatto, e che perdura un attimo anche dopo la fine del contatto, risulta del tutto estranea ad angoli e superfici, a rette e punti, questi ultimi essendo anzi propriamente inesperibili in quanto tali e frutto piuttosto di un’astrazione idealizzante. Già questi esempi dovrebbero mostrare, testimoniando l’esistenza di una voluminosità predimensionale e priva di superfici, quanto sia grossolano parlare del“lo” spazio tout court, quanto sia unilaterale ridurre ogni spazialità al solo spazio locale. Senza con ciò misconoscere che la tendenza idealizzante ottico-tattile ad attribuire una superficie, una solidità e una composizione in particelle (comunque intese) a qualsiasi corpo, deriva certamente dal bisogno dell’uomo di emanciparsi dal più scabro, inquietante e irreversibile spazio leiblich al fine di controllare-obiettivare il mondo esterno mediante un’universale proiezione del modello suggerito da superfici lisce e continue.

Spazi e sentimenti (atmosferici). A partire dalla nuova fenomenologia

scarica pdf
 
Commenti disabilitati

Numero 11 SPACE luglio, 2014 - Autore:  Condividi

 

Tags: , , , , , , , , ,

 
porno porno izle porno porno film izle