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La promessa e la festa

Num°14 FESTIVAL I
ManciniAdorno

La festa è l’espressione condivisa di un’esperienza di felicità. Quest’ultima, tuttavia, non va ridotta a un evento accidentale, al manifestarsi di un benessere improvviso o al soddisfacimento dei nostri impulsi biologici, come immaginava Freud. La felicità mi sembra piuttosto l’armonia di due risposte. La risposta che noi sappiamo dare alla vita e la risposta che la vita dà a noi. Nella tensione implicata da questa possibile dialettica è insita l’attesa, da parte nostra, di ciò che è davvero adeguato al nostro essere, oltre che al nostro desiderio. Albert Camus ha osservato che la felicità è «il semplice accordo tra un essere e l’esistenza che conduce». Certo, si può ritenere che un accordo simile avvenga a un certo punto come un dono, senza aver avuto modo di costruirlo e tanto meno di causarlo. Ma non mi pare plausibile immaginarlo prescindendo dall’attesa umana, quell’apertura che è insieme anelito, desiderio, fiducia, speranza, sospensione e dedizione. Quindi una riflessione sulla festa chiede, a mio avviso, di confrontarsi con il senso dell’attesa che è connaturata al cuore e all’anima dell’essere umano.D’altra parte ciò richiede al tempo stesso di considerare tutto ciò che lo umilia e lo ferisce. Siamo creature sensibili alla felicità e l’essere in festa significa esprimere insieme l’esperienza di una felicità vissuta come gioia condivisa, vita sensata, comunione profonda, e non certo come mera fortuna oppure come privilegio dato a pochi in un mondo di vite alla deriva. Per questa medesima ragione siamo particolarmente vulnerabili alla contraddizione determinata dalla frustrazione, dal fallimento, dalla sofferenza. Se fossimo indifferenti alla felicità, come esseri automaticamente interessati alla mera sopravvivenza, non saremmo così radicalmente colpiti dal patire. Accetteremmo il negativo della vita come l’animale accetta la pioggia, la grandine, la neve. La contraddizione risulta acuita quando si riflette su una forma specifica dell’attesa, l’attendere rivolto al compiersi di una promessa. In tal caso la risposta che arriva dalla vita non è una risposta qualsiasi, ma è quella che abbiamo cominciato a sperare da quando ci è stata data una parola anticipatrice, l’annuncio di una liberazione futura o di un compimento di bene. Da questo punto di vista, l’approfondimento del valore della promessa per noi si annuncia come la chiave per una riconsiderazione del senso della festa.

María Zambrano ha affermato che è la vita umana in sé a essere inscritta nella dinamica di una promessa: «tutto ciò che nasce e il non ancora nato è promesso a una forma. È il significato primordialmente nuziale della vita. […] L’uomo non si rivolge alla realtà per conoscerla meglio o peggio se non dopo, e a partire da, l’averla sentita come una promessa, come una patria dalla quale in linea di principio ci si attende tutto». Il sospetto che questa sintetica ma radicale lettura della condizione umana si risolva in pura illusione non può essere respinto facilmente. Basta avere la minima cognizione del dolore, basta ricordare che per molti la vita è una tortura interrotta solo da una morte senza speranza per diffidare di chiunque ci venga a dire che la vita è promessa alla felicità, a quella forma nuova e definitiva di felicità che è la salvezza.

La promessa e la festa

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Numero 14 FESTIVAL I agosto, 2015 - Autore:  Condividi

 

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