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La festa: senso e pienezza nell’esperienza del finito

Num°15 FESTIVAL II
Painting of King Ramesses III from the Tomb of Khaemwaset

«Una vita senza festa è un lungo viaggio senza alberghi» (βίος ἀνεόρταστος μακρὴ ὁδὸς ἀπανδόκευτος). Questo detto di Democrito (fr. 230), pur nella sua laconicità, evoca due caratteri salienti della festa, dalla cui considerazione prenderà avvio la nostra riflessione. Da una parte v’è un’interruzione nel fluire della vita quotidiana, dall’altra, entro i limiti segnati da questa sospensione, si realizza una forma di esperienza diversa, una sosta, che è poi anche in funzione del proseguire della vita di ogni giorno. Il primo lato richiede un’operazione intellettuale, una delimitazione, che scandisce il divenire temporale e gli conferisce un ordine, sicché in generale le feste sono collegate all’istituzione di un calendario. Il secondo lato consiste nell’emergere di una diversa qualità di vita, che nella festa si attua. L’operazione intellettuale è funzionale alla sperimentazione di un’esperienza diversa, bisogna delimitare il tempo per poter vivere la festa; quest’ultima d’altra parte per un verso ha valore di per sé, per l’altro è collegata a sua volta al tempo normale, è una sosta che dà respiro, permette di proseguire meglio la vita del tempo quotidiano e ha dunque un’influenza su di esso. Possiamo quindi parlare di un’interruzione qualitativa.

L’analisi di questi due aspetti e del loro rapporto si può esprimere anche in un altro linguaggio, quello impiegato da Jan Assmann in un saggio in cui collega la festa al tema della memoria culturale. L’uomo, dice l’egittologo, è un essere a due dimensioni. In questa espressione v’è un riferimento esplicito alla condizione tardomoderna dell’“uomo a una dimensione” criticata da Marcuse, ma il respiro del saggio non è sociologico, bensì propriamente ontologico. La prima dimensione è quella dell’Alltag, della quotidianità, caratterizzata dalla contingenza, dalla scarsità e dalla routine. A questa si contrappone una seconda dimensione, i cui caratteri sono un ordine ben stabilito, la pienezza e una tendenza a trascendere il quotidiano che si esprime volta a volta nella riflessione o in un’effervescenza capace di eccessi. Le due dimensioni possono essere descritte come due forme di temporalità: la prima è quella di tutti i giorni, la seconda è l’“altro tempo”, che include gli eventi fondanti di una società. In corrispondenza di ciò possiamo distinguere due forme di memoria: la memoria comunicativa, che assicura il funzionamento della vita quotidiana, e la memoria culturale, che tematizza l’altro tempo e ha dunque per oggetto tutto ciò che è stato istituito in un lontano passato e fonda l’unità e l’identità di una cultura e di una società.

L’uomo è un essere costitutivamente bidimensionale per Assmann: la prima dimensione non gli basta, perché il mondo stesso, o potremmo dire l’esperienza, è bidimensionale ed equivoca (zweidimensional e zweideutig), e dunque richiede di essere interpretata. Necessariamente l’uomo si interroga sul senso della sua esperienza: questo sforzo ha un carattere fondamentalmente collettivo, e sta all’origine della cultura. Il senso che di volta in volta i gruppi umani hanno elaborato deve trovare espressione, deve essere reso manifesto: e la festa, con i suoi riti, è precisamente il luogo privilegiato in cui questo senso viene rappresentato e questa pienezza, che illumina la convivenza e la vita quotidiana, viene fatta presente. La festa assume così, secondo Assmann, un ruolo centrale per la memoria culturale, e questo vale soprattutto per le società senza scrittura: con il procedere della società, con l’uso della scrittura e con il moltiplicarsi delle istituzioni culturali, questa centralità della festa tende a diminuire. Secondo questa interpretazione dunque la festa, specialmente per le società arcaiche, si collega alla necessità del rapporto con un “altro tempo” e, più profondamente, con un’altra e più fondante dimensione.

Come si vede la teoria di Assmann ha un carattere fortemente sistematico: essa assegna un ruolo importante alla festa, ma la inserisce entro un quadro generale in cui l’elemento decisivo è la necessità dell’elaborazione del senso, inteso a sua volta come l’insieme delle credenze e delle istituzioni che fondano l’identità e la coesione di una società e di una cultura; in questo quadro assume un’importanza decisiva il tema, caro ad Assmann, della memoria culturale. Su questa base l’egittologo fa emergere anche un motivo che contribuisce a spiegare il fatto che nelle epoche più recenti, e in particolare nell’età moderna, l’importanza della festa diminuisce. Quest’ultimo punto è oggetto attualmente di un’ampia discussione, e gli studiosi sottolineano sovente che a partire dal Settecento la festa muta il suo carattere, si allontana dal suo originario significato religioso, e si connette piuttosto alla celebrazione del tempo libero. Nell’impostazione di Assmann il riferimento alla religione non è tematizzato esplicitamente e la questione viene quindi trattata in una prospettiva diversa, che guarda piuttosto alla rilevanza che ha, nelle diverse fasi storiche, la ricerca della seconda dimensione. In generale direi che la proposta di Assmann fornisce elementi importanti per l’analisi della festa; tuttavia, proprio per il suo carattere sistematico, sottolinea forse troppo presto la necessità del rinvio alla seconda dimensione, e mette in certa misura in ombra il fatto che, sul piano fenomenologico, la sfera dell’esperienza quotidiana ha un ruolo primario: noi viviamo innanzitutto nel quotidiano, e la prima esperienza della festa è quella che la vive come una cesura introdotta nella quotidianità.

La festa: senso e pienezza nell’esperienza del finito

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Numero 15 FESTIVAL II ottobre, 2015 - Autore:  Condividi

 

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