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Appamāda: la serietà della non distrazione

Num°18 SERIOUSNESS
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1. L’ambivalenza del garu/guru

La prima parola che viene in mente parlando di “serietà” nel buddhismo antico è il termine pālico “garu” (sanscrito “guru”), che corrisponde al latino “gravis” e pertanto anche all’italiano “grave, serio”. Nel Canone buddhista in lingua pāli non è presente il sostantivo astratto “garuttā” o “garutā” che potrebbe tradurre “serietà”, ma la parola “garu” come sostantivo o aggettivo è frequente e ha una valenza sia negativa sia positiva, esattamente come nella cultura vedica e brahmanica che fa da sfondo alla predicazione del Buddha. In senso negativo, è garu ciò che pesa, come un cibo indigesto nello stomaco; in particolare è garu una seria trasgressione della regola monastica. Anche le otto norme imposte dal Buddha alla prima monaca, sua zia e madre adottiva Mahāpajāpati Gotamī, prendono il nome di “garu-dhamma”, “regole pesanti/importanti” (la parola “dhamma” ha molti significati, fra cui “fenomeno, regola, elemento, dottrina, verità, realtà”). Questi garu-dhamma comportano un accentuato omaggio formale alla comunità monastica maschile da parte delle monache.

Tuttavia è anche garu tutto ciò che ha molto valore e va preso sul serio, oppure chi è rispettato e venerato, come i genitori o i maestri. In generale il Buddha preferisce non definire se stesso un garu o un guru, forse perché dal suo punto di vista questo termine nella tradizione brahmanica sembrava richiedere un’adesione acritica alla dottrina insegnata da qualcuno. Il Buddha si presenta come un mitta, un “amico” (sanscrito “mitra”), anzi, un kalyāa-mitta (“amico del bene”, “buon amico”), una persona ricca di esperienza che mostra agli altri un sentiero da percorrere, in modo che ciascuno possa verificarne da sé l’efficacia. Nel Canone i discepoli però si rivolgono a lui con molti appellativi, fra cui “bhagavat” (sanscrito “bhagavat”, “signore”, erroneamente tradotto con “beato”), “satthar” (sanscrito “śāst”, “capo, maestro”) o anche “garu”.

2. La positività dei termini negativi: “appamāda”

Il secondo termine che si potrebbe collegare al concetto di “serietà” è “appamāda”, un sostantivo maschile negativo: “a-ppamāda” (sanscrito “a-pramāda”). Come la parola “guru”, anche pramāda” nei Veda è ambivalente: da una parte è la gioia, il divertimento e il gioco, dall’altra è la negligenza, la distrazione e la trascuratezza, o la perdita di controllo, dovuta anche a bevande inebrianti, che può sconfinare nella follia.

Nei suoi discorsi, tramandati oralmente dal V secolo a.C. e messi per iscritto a Sri Lanka alla fine del I secolo a.C., il Buddha prende a volte le parole della tradizione brahmanica e le usa in un significato completamente diverso dall’originale, oppure le volge al negativo ampliandone il campo semantico, o ancora le impiega in senso ironico, per parodiare gli oppositori. Queste operazioni linguistiche sono chiaramente visibili nel Canone in lingua pāli, mentre le traduzioni in sanscrito buddhista o in altre lingue asiatiche non sempre sono in grado di mostrarle fedelmente. Benché la pāli non sia esattamente la lingua parlata dal Buddha, «nondimeno i testi canonici pāli ci portano quanto più vicino possibile alle sue effettive parole».

Il caso di “appamāda” è particolarmente interessante, perché la parola assume particolari sfumature a seconda dell’interlocutore e del contesto ed è una delle più variamente interpretate dai traduttori. Che si tratti di un termine importante lo testimonia la nota circostanza dell’ultimo discorso del Buddha morente prima del suo trapasso o parinibbāna (sanscrito “parinirvāa”): «Ora, o monaci, io vi dico che tutte le cose condizionate sono fenomeni soggetti a distruzione. Adoperatevi (sampādetha) con appamāda» (Dīghanikāya, II, 120; si veda anche Sayuttanikāya, I, 157).

Appamāda: la serietà della non distrazione

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Numero 18 SERIOUSNESS dicembre, 2016 - Autore:  Condividi

 

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