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La parabola della rappresentanza: Dal paradigma liberale all’elettore post-moderno

Num°19 ELECTIONS
Damele

L’affermazione del paradigma democratico-liberale è parsa, all’inizio del XXI secolo, come un dato acquisito, risultato di un processo progressivo di democratizzazione sviluppatosi attraverso tre ondate successive: quella che ha riguardato i secoli XIX e XX e l’affermazione del paradigma liberale propriamente detto, quella successiva alla seconda guerra mondiale e poi ai processi di decolonizzazione e quella, infine, che, a partire dagli anni Settanta, ha investito progressivamente gli ultimi autoritarismi europei (Portogallo, Grecia, Spagna), l’America latina e i paesi dell’ex sfera sovietica (Huntington 1991). Caratteristica di quel processo – e di quel paradigma – è stato il graduale affermarsi di sistemi politico-istituzionali pluripartitici e rappresentativi, basati su elezioni periodiche che si volevano libere e trasparenti. Tali requisiti, a loro volta, sono stati concretizzati attraverso leggi elettorali sostanzialmente stabili e consolidate, basate a loro volta sul principio dell’assoluta eguaglianza dei “voti in entrata”. La graduale estensione del diritto di voto, giunta infine a compimento con il suffragio femminile, ha affermato tale principio come presupposto della selezione della classe politica, in un sistema caratterizzato da rappresentatività e divieto di mandato imperativo. In tal modo, le democrazie liberali hanno posto in pratica, con forme differenziate, il “metodo democratico” di cui parlava Schumpeter: una configurazione istituzionale nella quale un gruppo di individui può ottenere il potere di decisione attraverso una lotta competitiva il cui fine è la conquista del voto popolare (Schumpeter 1994, p. 269).

A un sostanziale consenso su tali premesse, ha fatto da contraltare il dibattito sulla funzione del meccanismo elettorale: se esso serva, cioè, a selezionare il governo o a garantire la rappresentanza proporzionale dell’elettorato. Si tratta di un dibattito, tuttavia, largamente teorico. Come ha notato Pippa Norris, a meno di drammatici scandali o casi eclatanti di cattiva amministrazione, l’arido tema delle leggi elettorali raramente ha suscitato grandi discussioni, a differenza di altri temi avvertiti come più urgenti, quali il lavoro, i prezzi, i salari (Norris 2004, p. 252). L’Italia rappresenta, sotto questo aspetto, l’eccezione che conferma la regola. La crisi politico-istituzionale scatenata dalle inchieste sulla corruzione dei primi anni Novanta ha dato origine a un dibattito sulla legge elettorale che, a 25 anni di distanza, non si è ancora consolidato in una soluzione stabile e condivisa.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito, almeno sul piano del discorso pubblico, a un salto di qualità. Le elezioni in sé sono improvvisamente divenute oggetto di dibattito. Alcuni risultati elettorali, giudicati dal grande pubblico sorprendenti e oggetto di vivaci discussioni nei mezzi di comunicazione di massa, sembrano rimettere in causa i fondamenti stessi del meccanismo elettorale. L’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e il voto a favore della “Brexit” nel referendum britannico del 2016 hanno rinfocolato una polemica le cui premesse erano già state poste dalla vittoria elettorale di Berlusconi e del suo “partito-azienda”. In tal caso, non sono i meccanismi elettorali ad essere dibattuti: non si tratta semplicemente, ad esempio, dei dubbi suscitati dal sistema elettorale americano che, per la quarta volta (la seconda negli ultimi 17 anni), ha permesso l’elezione del candidato che non ha ottenuto la maggioranza dei voti popolari. Si tratta, più in generale, del tema della “capacità” degli elettori di votare con cognizione di causa. Non sono mancate, a commento delle analisi sul voto, osservazioni sulla scarsa preparazione degli elettori, sul fatto che fossero stati i più “ignoranti” o i meno preparati a votare per la Brexit o per Trump. I principali giornali hanno diffuso la notizia che “Brexit” o “European Union” erano le espressioni più cercate sui motori di ricerca online dopo il referendum sull’adesione britannica all’UE, suggerendo così che gran parte degli elettori non avesse la minima idea della posta in gioco. Ancora più recentemente, molte analisi del voto nei due turni delle elezioni presidenziali francesi hanno insistito su una frattura fondamentale dell’elettorato transalpino: le campagne, i più poveri e i meno istruiti per Marine Le Pen, le città, i più ricchi e i più istruiti per Emmanuel Macron. Questo insieme di dati e di interpretazioni ha dato a molti l’impressione che il meccanismo elettorale basato sul suffragio universale e sull’eguaglianza dei voti in entrata non valga a garantire scelte razionali e ponderate. C’è da chiedersi se sia realmente così e, soprattutto, quale sia davvero il significato del principio democratico “una testa, un voto”.

 

La parabola della rappresentanza: Dal paradigma liberale all’elettore post-moderno

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Numero 19 ELECTIONS luglio, 2017 - Autore:  Condividi

 

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