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“Et coram patre le si fece unito”. Riflessioni sulla povertà e i suoi equivoci

Num°20 POVERTY
Cuniberto

1. Povertà, povertà. Nei versi celebri e supremi del canto XI del Paradiso, la Povertà francescana, cantata come “Madonna”, diventa quasi una figura romanzesca. Ma prima di arrivare al prototipo francescano, che rimane a tutt’oggi la pietra d’inciampo e di paragone per qualunque discussione seria sulla povertà cristiana, può essere suggestivo riflettere su due esempi di povertà radicale, lontanissimi fra loro e misteriosamente convergenti. Due “scene madri” di povertà intesa come “virtù”, come rinuncia totale al possesso. La prima potrà apparire sorprendente e anche incongrua, perché è uno dei grandi momenti “epoptici” del Simposio platonico: Alcibiade racconta l’esperienza sconvolgente della notte passata a conversare col Maestro, in un clima che l’arte platonica descrive sottilmente in bilico tra un eros puramente umano (Socrate come “seduttore”) e il più vertiginoso dei viaggi spirituali. Una lunga schermaglia in cui il Maestro, prendendosi gioco del giovane innamorato, lo sottopone a un training rigoroso. Ma dove sarebbe, qui, la “povertà”? Intanto, che il tema sia anche platonico lo prova sempre nel Simposio il mito fiabesco della nascita di Eros: la fiaba di Poros e Penia, lo sconosciuto di stirpe divina, «ubriaco di nettare», e la «povera» mendicante, dal cui connubio nasce Eros. Tornando alla scena notturna del Simposio, la Povertà si annida in un passaggio, tipicamente platonico, in cui il testo suggerisce e al tempo stesso “depista”, rivela e nasconde. Fingendo di volersi “abbassare” agli occhi del giovane allievo, Socrate lo invita a guardarlo con attenzione fino a scoprire «hos oudén eimi»: «che non sono nulla». La formula sembra fatta apposta per trarre in inganno i commentatori, pronti ad abboccare all’amo della (finta) umiltà: di un Socrate che gigioneggia fingendo di sminuirsi (lui è quello che “sa di non sapere”, e qui “di non essere nulla”, di non “valere nulla”). In realtà il passo è abissale perché quel «non sono nulla» (oudén eimi) è riferito allo sguardo di Alcibiade: è proprio guardando Socrate che Alcibiade deve accorgersi di non vedere “nulla”. Socrate, l’individuo Socrate di cui Alcibiade si professa innamorato perso, non c’è. Se Alcibiade avesse la vista abbastanza acuta, non “vedrebbe” Socrate ma una sorta di finestra aperta su un paesaggio a cui lo stesso Simposio allude, parlando di quei simulacri divini, immagini sacre, che il Maestro – come un’erma – porta dentro di sé, e che diventano visibili a condizione di non vedere più Socrate-individuo (o anche di “aprirlo”). Quell’io-individuo di cui il Maestro si è spogliato come di un involucro apparente. L’atto che lascia cadere l’involucro dell’io-individuo, che se ne “spoglia”, è per Platone l’atto filosofico per eccellenza (di qui fra l’altro la rinuncia alla “proprietà” nel V libro della Repubblica), e può essere definito come l’atto che realizza la povertà radicale: la rinuncia radicale al “proprio”, alla dimensione della “proprietà”, alla possibilità stessa di dire “io”. Che non è, come viene spesso frainteso, un atto politico – l’abolizione per legge del diritto proprietario – ma un atto metafisico.

“Et coram patre le si fece unito”. Riflessioni sulla povertà e i suoi equivoci

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Numero 20 POVERTY dicembre, 2017 - Autore:  Condividi

 

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