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Povertà sottosopra

Num°20 POVERTY
Guglielminetti

1. L’ipotesi da cui muovo è che il cristianesimo introduca uno shift pericoloso nell’ordine delle categorie, facendo assumere alla povertà un ruolo simile a quello della sostanza.

2. La povertà diventa ora la categoria centrale, cui tutte le altre si riferiscono. Al posto della salute, la malattia; al posto della forza, la debolezza; al posto della felicità, il sacrificio.

3. Ma forse questo è appunto soltanto cristianesimo sacrificale? La bonhoefferiana “teologia del sole” è un caveat contro ogni cristianesimo che si risolva in una negazione del mondo (dunque anche della modernità).

4. Come conciliare queste due immagini opposte?

5. Aveva incominciato Platone. Se il bene è al di là dell’essere, l’essenziale non è l’essenza. Una volta che abbiamo definito la sostanza, che abbiamo trovato l’essenza, non abbiamo detto ancora nulla; l’essenziale – il Bene – resta fuori (è il fuori per antonomasia).

6. La salute, la forza, la felicità, la ragione, il successo restano la sostanza, ma la sostanza, l’essenza, da sola, è inessenziale. È questa la pretesa immane del cristianesimo, destinata a suscitare odio, scherno, irritazione. Et pour cause!

7. Il cristianesimo, o forse la religione in generale, funge così da ordine di sospensione generale della logica del mondo, che non è abolita, che resta funzionante, ma è revocata nell’atto stesso in cui è posta, con un effetto di ambiguità consustanziale all’essere della religione.

8. Possiamo dunque dire: l’essenziale è il bene; l’essenziale è la povertà. Ma il bene e la povertà non sono la stessa cosa!

9. Certamente no, e proprio la differenza tra il bene e la povertà funziona a sua volta come revoca dell’ottica soltanto sacrificale.

10. Ma resta l’immane pretesa. Il bene è fuori sacco, è l’aggiunta che non ci sta, che non c’è, eppure c’è. Dove trovare – fenomenologicamente e storicamente – questo “fuori sacco”? Appunto nei rifiuti, dunque nei poveri, comunque questa povertà sia declinata.

11. Il legame tra il cristianesimo (e il platonismo) e la perversione è dunque più profondo di quanto alcuni eventi di cronaca possano fare pensare. Perché è perversa l’idea stessa di un sotto o sopra la ragione. Il cristianesimo sceglie il mondo di sopra, ma proprio per ciò è destinato ad avere strutturalmente che fare – pro statu isto? – con il mondo di sotto. Extremes meet. (E questo mondo di sotto è appunto la povertà, in tutte le sue declinazioni possibili, dal delinquente al deviante al pazzo allo straccione).

12. Il cristianesimo – religione dell’aggiunta e dunque dell’essenziale – è con ciò stesso definito come sospetto verso l’essenza. Che viene assunta, accettata e sradicata insieme. È una religione, alla lettera, del sottosopra.

13. Ciò che, di questo sottosopra, passa nella cultura, è soltanto una scintilla: una tendenza al rovesciamento dell’ordine stabilito, che giunge poi – trasformata – a implementarsi come tendenza al progresso, tendenza al nuovo. Il nuovo non è la povertà, anche se l’enfasi sul nuovo è una metamorfosi dell’enfasi sull’essenziale.

14. Il cristianesimo frequenta dunque il mondo di sotto (la disabilità, la marginalità, la precarietà, la fragilità, il crimine, il vizio…) come pegno del mondo di sopra. Ha bisogno della povertà per dire il bene, che infatti si declina innanzitutto e perlopiù come aiuto, come sollievo della sofferenza, fosse pure quel sollievo che consiste nella pura e semplice condivisione della sofferenza, nel farsi povero tra poveri, fino – in alcuni casi – allo stesso oblio del bene (la povertà futura) in vista della disperazione (la povertà presente).

15. Come pensare – filosoficamente – questo essenziale privo di essenza (che dunque, per altro verso, deve apparire come accidentale)?

16. Se esiste un’ontologia di derivazione cristiana, questa passa attraverso la messa in mora dell’essenza, della sostanza, del senso, attraverso dunque l’interruzione della ragione, che non può fenomenologicamente avvenire, se non tramite la deviazione attraverso i territori del non senso, dell’assurdità e dell’inessenziale.

17. La prova dell’essenziale privo di essenza, è escatologica. L’eschaton deve conservare aliquo modo la povertà (la metamorfosi, è nell’immobilità), se non deve ridursi a una semplice restitutio in integrum della natura. Col che l’ordine delle categorie tornerebbe a posto, e la battaglia – mossa dall’essenziale contro l’essenza – sarebbe (concettualmente) perduta. Come del resto era ragionevole pensare fin dall’inizio.

Povertà sottosopra

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Numero 20 POVERTY dicembre, 2017 - Autore:  Condividi

 

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