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Numero 20 – Povertà

Num°20 POVERTY
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ASPETTI DELLA POVERTÀ

EDITORIALE

I contributi raccolti in questo numero prendono in esame le due facce della povertà, quella oscura della indigenza e quella luminosa della spiritualità francescana. Più che di una mera scelta editoriale, si tratta qui di una oggettiva complessità del termine “povertà”. È difficile pensare che il rapporto tra le due povertà sia di semplice univocità, che cioè la parola “povertà” significhi, nei due casi, la medesima cosa. Affermarlo, vorrebbe dire mettere su di un piano di parità la disperazione (l’indigenza) e la gioia (l’“altissima povertà”). È facile pensare che il rapporto tra le due accezioni di “povertà” sia – viceversa – di semplice equivocità, che la povertà in spirito non abbia cioè, in buona sostanza, nulla che fare con la povertà materiale. È plausibile pensare che i due aspetti della povertà – la sua bruttezza e la sua bellezza – contraggano storicamente, in modi non semplici da definire, un rapporto di analogia, che non sarebbe quindi né di pura univocità né di pura equivocità.

Se la povertà brutta e quella bella si citano in qualche modo l’un l’altra, non ne deriva certo un minore impegno nel combattere gli effetti e le cause della povertà-indigenza. Ciò che può derivare da una lettura incrociata delle due accezioni del termine, è piuttosto l’idea che la lotta per l’emancipazione dalla povertà possa mirare più in alto rispetto al rovesciamento della povertà di moltissimi in un benessere per tutti. Tale rovesciamento è necessario, ma non è forse la meta ultima, quanto piuttosto un obiettivo intermedio.

Detto altrimenti, la povertà non è necessariamente povera di verità. Contiene qualcosa in sé, che va preservato, che non merita di essere semplicemente distrutto o eliminato. La povertà dev’essere oggetto piuttosto di un superamento, che non di una mera cancellazione.

Del resto, l’idea marxiana che il proletariato sia la classe universale, la cui emancipazione coincide con l’emancipazione dell’umanità stessa, individua nella povertà il luogo della verità storica – un luogo oggettivo, che non implica necessariamente il possesso soggettivo della verità, giacché questa, in quanto appunto è verità , trascende piuttosto ogni mera soggettività.

Per quanto, dunque, possa essere irritante che si battezzi la gioia con lo stesso nome (“povertà”) con cui si chiama il dolore, questa polisemia linguistica (la densità del concetto di “povertà” consegnatoci dalla tradizione) può forse essere presa come una specie di caveat: ciò di cui andiamo in cerca, fosse pure con una rivoluzione, non è semplicemente il contrario di ciò che ora siamo. La declinazione che il concetto di “povertà” (Armut) ha assunto nella letteratura e nella filosofia tedesche – cui è dedicato l’ultimo articolo di questo numero, su Rilke e Benjamin – sembra invitarci a pensare in questa direzione.

 

 

Enrico Guglielminetti

Numero 20 – Povertà

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Numero 20 POVERTY novembre, 2017 - Autore:  Condividi

 

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