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Fede nella realtà: T.S. Eliot e la poesia come strumento di conoscenza sintetico

Num°21 SYNTHESIS
Gigli

La poesia, ci ricorda Ezra Pound, non ha tra i suoi caratteri «la coercizione o la persuasione per via emotiva», né il «forzare la gente all’accettazione di un dato complesso, o di sei dati complessi di opinioni, in contrasto a un altro dato complesso (o mezza dozzina di complessi) di opinioni». L’arte tutta, infatti, «non chiede mai a nessuno di far nulla, o di pensare nulla, o di essere nulla. Esiste come l’albero esiste, si può ammirare, si può sedere alla sua ombra, si possono spiccarne delle banane, si può tagliarne legna da ardere, si può fare assolutamente tutto ciò che si desidera».

Ma se questi sono i donts della poesia, quali allora i fini? Quale il fine ultimo? Un fine inerente – come la vita umana – la ricerca della propria perfezione, più che degli effetti che tale ricerca può operare su altri. E quale sia la perfezione di quest’arte a cui nessuno chiede mai di far nulla, ma solo di esistere come l’albero esiste, è ancora Pound a dircelo: «riguarda la chiarezza e il vigore di “qualsivoglia” pensiero e opinione. Riguarda la preservazione della pulizia stessa degli strumenti, la salute della sostanza stessa del pensiero». È insomma, dirà icasticamente T.S. Eliot nei Quartetti, l’intento costante di «purificare il dialetto della tribù».

Fede nella realtà: T.S. Eliot e la poesia come strumento di conoscenza sintetico

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Numero 21 SYNTHESIS settembre, 2018 - Autore:  Condividi

 

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