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Intervista filosofica sul concetto di lavoro

Num°01 WORK

Per intervista filosofica intendiamo una pratica filosofica a cavallo fra ricerca, formazione e consulenza, che consiste in un dialogo fra un esperto di filosofia e un esperto di un determinato contenuto. L’esperto di filosofia guida il dialogo in modo che insista sul concetto e non sul fenomeno o sul fatto. L’esperienza particolare non viene in primo piano, ma è sempre e comunque in gioco come luogo dal quale proviene e al quale viene applicato lo strumentario concettuale di quel soggetto che pensa e vive.

La razionalità consuetudinaria si autoesclude dall’opera di ripensamento dei concetti, lasciandola alla razionalità innovativa degli intellettuali di professione, ai teorici puri delle varie discipline, e si limita ad applicare i concetti, per lo più senza porsi il problema di ciò che contengono. In controtendenza rispetto a questo costume, l’intervista filosofica è una pratica di disseminazione e come tale ha un’intenzione politica in senso lato: favorire l’accesso allargato a esperienze di pensiero concettuale e alle loro implicazioni. Tali implicazioni sono sia private sia pubbliche: hanno che fare con le scoperte che si fanno praticando la differenza fra le idee e le cose, accorgendosi che c’è, dandole importanza, spremendone tutto quello che è possibile. Una di queste scoperte è quella della libertà di pensiero, intesa come superamento della semplice opinione, fatica del concetto, capacità di articolare ragioni, diritto di cittadinanza nel mondo delle idee e quindi dei progetti, delle aspirazioni, degli ideali.

Chi per la prima volta intraprende questo tipo di lavoro, facendo del pensiero un’esperienza, scopre anzitutto che mentre il racconto della realtà sta – o ritiene di stare – ai fatti, l’interrogarsi sui concetti mette in luce che di una stessa realtà circolano diverse concezioni, concorrenti, talvolta contraddittorie, anche nelle testa della stessa persona. Scopre che alcuni ingredienti non possono essere tolti da un concetto senza perderne la sensatezza e quindi la concepibilità, che alcuni possono invece essere tolti o sostituiti per sopravvenute esigenze ideali o reali. Che sull’evolvere dei concetti hanno peso, appunto, non soltanto le spinte reali che di tanto in tanto ci inducono ad aggiornarli, cioè il bisogno di leggere, di ricomprendere nuovi e diversi dati di realtà, ma anche bisogni ideali. Questi ci dicono che cosa dovrebbe contenere un concetto per essere il migliore, il più esigente concetto di qualcosa, quello che tenta di dire tutto quel che occorre per soddisfare in profondità il suo compito, che è sempre anche un compito di guida, di ideale regolativo. Ripensare il concetto si rivela un’operazione che non consiste semplicemente nel leggere le etichette apposte sulla cosa concreta, nel padroneggiare le definizioni d’uso, ma nel farsi carico dei molti e fondamentali ruoli che il concetto assume nei confronti della realtà concreta: archetipo, causa formale e finale, apriori, universale concreto per citarne solo alcuni in cui il concetto occupa un posto ben diverso da quello di strumento o di servizievole riflesso, per assumere quello di condizione di possibilità, di pensabilità, di sostenibilità etica, di terminus ad quem di un processo di realizzazione

Luciana Regina

Intervista filosofica sul concetto di lavoro

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