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Per la critica del potere. Stato di diritto, stato di polizia, rivoluzione

Num°03 VIOLENCE

1. Sovranità della legge?

La dottrina dello Stato (1962) di Alessandro Passerin d’Entrèves viene citata con approvazione da Hannah Arendt, in On Violence (1970), per la sua impostazione originale circa la questione della violenza e del potere. Mentre tutti i teorici dello Stato sono d’accordo, da destra a sinistra, «da Bertrand de Jouvenel a Mao Zedong», nel definire il potere in termini di pura forza, Passerin d’Entrèves è «the only author I know who is aware of the importance of distinguishing between violence and power».

Passerin d’Entrèves imposta infatti il suo saggio con una tripartizione storico-teorica: analizza prima lo Stato come forza, poi lo Stato come potere, infine lo Stato come autorità. Lo Stato come forza è l’oggetto della grande tradizione del realismo politico, che si è avviato verso un cinismo addirittura esigito, à la guerre comme à la guerre. Lo Stato come potere è invece lo Stato della considerazione giuridica, «dove potere significa forza qualificata dal diritto» (DS 20), e la forza arbitraria viene tenuta a freno dall’ordine di un insieme di norme. Lo Stato come autorità/autorevolezza è infine lo Stato sotto il riguardo di una giustificazione ulteriore: perché le leggi tolgono alla forza il carattere dell’arbitrarietà, ma possono essere arbitrarie esse stesse. Che cosa può renderle obbligatorie? Ancora la pura forza, oppure il rispetto con cui, nel consenso, vengono riconosciute?

«Puissance, pouvoir, autorité; Macht, Gewalt, Herrschaft; might, power, authority» (DS 20): oggi viene inteso come un climax verso la naiveté. I giuristi distinguono tra efficacia, validità e legittimità delle norme, e il terzo termine è sempre ciò che è venuto meno. Sicché anche la Gewalt, il potere qualificato della legge, arretra verso la violenza. Bisognerebbe ricordare che Walter Benjamin, in Zur Kritik der Gewalt, introduce la questione della Herrschaft biblica, come vedremo, proprio per contrastare la debolezza neokantiana e weimariana della pura validità legale. Quella debolezza che avrebbe aperto le porte a Hitler. E bisognerebbe ricordare quindi che il saggio di Benjamin va inteso, e tradotto, come Per la critica del potere, e non Per la critica della violenza. Il potere va criticato, cioè limitato e frenato, grazie a una critica dell’appropriazione e del dispotismo che sono ancora sempre in agguato nell’idea di legge. Perciò Benjamin parla della espropriazione che giunge dalla Herrschaft biblica.

Rispetto a Passerin d’Entrèves siamo però oggi più coscienti della difficoltà del terzo passo – quello filosofico della giustificazione ultima del potere, il primo essendo la considerazione sociologico-politica della pura forza, e il secondo quella giuridica del procedimento. La filosofia dopo Nietzsche è chiamata a parlare di fondamento nei termini dell’assenza. E dopo Heidegger, ha scoperto la contiguità della nozione di valore con la logica aggressiva dell’appropriazione soggettiva, della legge dell’esclusione e della volontà di potenza: il valore è la legge intesa come dover-essere, il quale si separa dall’essere e si impone su di esso, in modo tirannico. Si pone un valore per affermare un disvalore, e quindi per dominare l’altro con l’escluderlo dal consesso umano e civile.

Per il fatto che siamo diventati più coscienti della difficoltà del terzo passo, bisognerà introdurre la dimensione dell’assenza nell’istanza del consenso e nella «testimonianza del buon cittadino» (DS 334), e rinunciare a parlare del fondamento dello Stato nei termini dei valori: dell’ordine, della giustizia o del sentimento di patria.

Hannah Arendt osserva che la trattazione di Passerin d’Entrèves, «di gran lunga la più elaborata e meditata che si possa trovare nella letteratura sull’argomento», non va neanch’essa alla radice della questione. La forza qualificata all’interno dell’istituzione – dice – finisce per definire il potere come un tipo di violenza più mite. «In ultima analisi, il risultato è lo stesso». Bisogna invece interrompere il nesso tra violenza e potere.

Sarà, come vedremo, il tema di On Violence: per riflettere sulla violenza bisogna riflettere sull’interruzione della linea tra i mezzi della violenza e i fini della politica. Arendt riprende la questione heideggeriana e schmittiana, e che sarà poi derridiana, dell’interruzione della normale continuità e della relativa irruzione della sorpresa imprevedibile, incombente ed espropriante. Ma che cosa ci dice Passerin circa la interruzione della normalità?

Per la critica del potere. Stato di diritto, stato di polizia, rivoluzione

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