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Politiche dell’evasione. Andare e restare secondo Platone

Num°03 VIOLENCE

Socrate «sta scendendo da Atene al Pireo. Con lui è Glaucone, il fratello maggiore di Platone. L’anno è probabilmente il 421, durante la pace di Nicia: un periodo di riposo e di relativa stabilità. Al momento della composizione, circa cinquanta anni dopo, quasi tutti i personaggi principali del dialogo sono morti e pochi di loro sono morti in pace. Tre (Polemarco, Nicerato e Socrate) sono stati condannati a morte con accuse politiche; i primi due sono stati assassinati brutalmente per le loro fortune da una fazione di oligarchi guidata da alcuni membri della famiglia di Platone. Noi, dunque, osserviamo questo pacifico incontro rimanendo in apprensione e temendo la minaccia della violenza – una violenza nutrita, evidentemente, dai desideri dell’anima appetitiva».

Si è molto discusso sulle prime parole della Repubblica: «Scesi ieri al Pireo in compagnia di Glaucone». Socrate discende al Pireo, come Ulisse nell’Ade. Il vero Ade è la terra, la città è la caverna. L’essere-con sociale e politico («in compagnia di Glaucone») accade, innanzitutto e per lo più, in uno scenario pericoloso. Il Pireo sembra costituire la giusta ambientazione di questa scena, in cui il velo illusorio della pace sta per essere lacerato, e sta per diventare buio pesto: «È del resto in qualche modo evidente a chi conosce Platone che i luoghi nei pressi del mare è inevitabile che siano colmi di quella vita che è pervasa da confusione ed eterogeneità, mentre le città più lontane dal mare sono libere da questi mali». La questione che si pone sembrerebbe dunque quella di come fuggire da questo luogo. In realtà, il filosofo non può accettare di fuggire, ma deve affrontare sul posto i propri avversari. Scartata la possibilità di fuggire, la domanda che sorge è la seguente: perché – se il porto è in certo modo il luogo del male – Socrate si è tuttavia recato al Pireo? E se vi si è recato, che cosa ci fa pensare che voglia davvero andar via? Il porto – come luogo intermedio tra l’andare e il restare – potrebbe essere un simbolo della filosofia.

Proprio all’inizio della Repubblica si fa una certa questione di andar via o di rimanere. Dopo avere assistito alla processione in onore della dea Bendis, Socrate e Glaucone si muovono in direzione della città. Ma da lontano li scorge Polemarco, figlio di Cefalo, che manda lo schiavo a chiedere di aspettarlo. «Certo che lo aspettiamo », risponde – un po’ avventatamente – Glaucone allo schiavo. Viene dunque messa in campo la disponibilità a rimanere, il che – almeno da parte del filosofo – implica un esercizio di conversione: «Io mi voltai ». Arrivano dunque Polemarco, Adimanto e altri:

«Al che Polemarco osservò: “Socrate, direi che siete incamminati verso la città, con l’intenzione di andarvene da qui”. “E non ti sbagli affatto”, risposi. “Ma non vedi quanti siamo?”. “Come no!”. “E allora – disse lui –, delle due l’una: o siete più forti di noi, o ve ne restate qui”. “Rimane, però, un’altra soluzione – gli obiettai–: potremmo convincervi che dovete lasciarci andare”. “E voi – ribatté – riuscireste a persuadere uno che non vi ascolta?”. “No di certo!” disse Glaucone. “E allora, ficcatevi bene in testa questo, che non vi presteremo orecchio minimamente”».

Politiche dell’evasione. Andare e restare secondo Platone

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