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Verità e autorità

Num°04 SOPHISTS

La libertà consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro.

Se è concessa questa libertà, ne seguono tutte le altre.

George Orwell, 1984

Negli ultimi dieci anni vi è stata una ripresa marcata della metaetica nell’etica analitica angloamericana. Sebbene non si possa parlare della riaffermazione del realismo nelle sue forme standard, certamente c’è una “riabilitazione” del concetto di verità in ampi settori del dibattito filosofico dal quale questo concetto era stato estromesso.

Conviene riflettere sulle ragioni di questa estromissione per capire le ragioni della ricomparsa.

La ritrosia a parlare di “verità morali” e la prevalenza del non-cognitivismo etico, almeno nella prima parte del secolo scorso, hanno certamente a che fare con l’atteggiamento antimetafisico dell’empirismo logico. Sebbene determinante, questo atteggiamento non spiega tutta la storia a proposito delle sorti della verità in etica. In queste pagine proverò a mostrare che in questa storia ha avuto un ruolo altrettanto decisivo la fortuna di un certo argomento sull’autorità. Si tratta di un argomento spesso associato al costruttivismo politico di John Rawls e alla sua idea – centrale nel liberalismo politico – che l’appello alla verità non possa garantire un’argomentazione capace di avere autorità sull’interlocutore. A prima vista si tratta di una posizione paradossale: che cosa ci può essere di più autorevole e definitivo della verità per dirimere un disaccordo? Il carattere problematico dell’appello alla verità emerge quando sul tavolo delle trattative ci sono verità morali contrastanti. Sembrano esserci casi in cui le parti sono in disaccordo su ciò che conta come verità morale senza che nessuno sia in errore, fraintenda i concetti che usa o sia male informato sui fatti (faultless disagreement). Bernard Williams ha sostenuto che questi casi provano la falsità di almeno tre tesi associate al realismo: che l’oggettività in etica sia da intendersi come convergenza; che il ruolo della coerenza nelle argomentazioni etiche sia lo stesso che ha nelle argomentazioni teoretiche; e che la teoria etica possa aspirare alla sistematicità e coerenza interna della teoria scientifica.

Più recentemente, Max Kölbel ha sostenuto che solo il relativismo può rendere conto di questo tipo di casi. Se è vero il relativismo, l’appello alla verità non dirime il disaccordo ma lo genera. La verità ha, cioè, carattere polemico (nel senso etimologico del termine), e anziché costituire il fulcro di una convergenza tra pari epistemici o invece l’oggetto della contesa, ne è lo strumento. È il concetto di cui le parti in conflitto si servono non tanto o non solo per articolare le loro prospettive parziali ma anche per esprimere, difendere e promuovere i loro interessi specifici. Le parti di un disaccordo morale o politico non sono solo “pari” dal punto di vista epistemico, ma anche dal punto di vista morale e politico. Sono, cioè, valutanti con eguale status normativo e, in virtù di ciò, egualmente legittimati a fare richieste. Questa eguaglianza di status, insieme alla considerazione che persone diverse o gruppi diversi identificano verità morali diverse, sembra dare ragione al relativismo. Nelle sue formulazioni più recenti, il relativismo è quindi una tesi sulla limitata autorità dell’appello alla verità. Portare le “proprie verità” al tavolo delle trattative è come chiedere che siano considerati (e quindi promossi) i propri interessi particolari.

Ora, ciò che mi sembra interessante notare è che questa “concezione polemica” della verità caratterizza anche buona parte di filosofi che non ha alcuna simpatia per il relativismo. Mi riferisco ai costruttivisti. Qui merita entrare nei dettagli. Bisogna prima di tutto chiarire che i costruttivisti che mettono tra parentesi il concetto di verità, per via di questo suo aspetto polemico, sono costruttivisti politici e, segnatamente, John Rawls. Il criterio rawlsiano di legittimità politica può essere riassunto efficacemente così: “nessuna dottrina è ammissibile come premessa a nessuno stadio della giustificazione politica a meno che non sia accettabile da tutti i cittadini ragionevoli e non c’è bisogno che sia accettabile da altri”. Secondo questo principio di legittimità politica, cioè, non c’è bisogno che una dottrina sia vera per essere impiegata come giustificazione nel confronto politico. Non solo, dalla critica al realismo che emerge in “Kantian Constructivism in Moral Theory”, ricorrere a dottrine perché sono vere è una mossa perdente nella giustificazione politica, perché se tali dottrine non sono anche oggetto di consenso, possono essere respinte dall’interlocutore come arbitrarie.

La propensione dei costruttivisti politici per la concezione polemica della verità non è corroborata da considerazioni di tipo epistemico o semantico. Piuttosto, è motivata dalla preoccupazione politica di garantire la possibilità di un disaccordo etico non riconducibile a errore, fraintendimenti o informazione incompleta. Questa possibilità è esclusa se si sostiene che i giudizi etici abbiano lo scopo di rappresentare fedelmente la realtà, descrivere le cose come stanno.

Già nel secolo scorso non-cognitivisti come Richard M. Hare avevano messo in guardia contro l’approccio ontologico all’oggettività. E anche i più recenti sostenitori del “realismo robusto”, come David Enoch o Russ Shafer-Landau, sono disposti a dire che il costruttivismo si mette al riparo da una certa quantità di obiezioni evitando la concezione ontologica dell’oggettività. D’altra parte, allo stato attuale del dibattito, è difficile sostenere che il realismo, anche nelle sue forme più esigenti, vada incontro a difficoltà insormontabili di tipo semantico o  metafisico. Comunque sia, le argomentazioni di Rawls a favore del rifiuto della concezione ontologica dell’oggettività non sono di tipo metafisico né semantico.

Verità e autorità

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