RSS
 

Pratiche di verità

Num°04 SOPHISTS

L’articolo propone un esercizio di riepilogazione di alcune strutture filosofiche originarie, in cui gli impegni teorici che vengono assunti e i confini interni che vengono tracciati hanno conseguenze rilevanti per le sorti della verità. Se ne ricava un’alternativa volutamente semplificata, fra struttura platonica e struttura sofistica. L’ipotesi è che il platonismo, struttura dualistica in cui la differenza ontologica passa fra intelligibili e sensibili,  racchiuda una risorsa teoretica irrinunciabile per preservare una certa accezione di verità: quella che a sua volta è in grado di dar senso a pratiche di verità, come la fatica del concetto.

1. La risorsa Platone

Fra idee e cose sensibili il rapporto  non può più essere ingenuo e pacifico. Una volta notata e segnalata la distanza non è stato più possibile dimenticarla e neppure fare come se fosse facile colmarla. A istituire, tematizzandola, la distanza è stato Platone. Un guaio, secondo molti, ma probabilmente non una complicazione evitabile. Senza quella distanza, con la verità non avremmo nulla da fare, proprio nel senso che dà alla domanda chi chiede: «Ditemi, posso fare qualcosa? Cosa c’è da fare?». Se il pensiero si fosse acquetato o diluito, rispettivamente, nelle simmetriche visioni parmenidea e eraclitea il da farsi che ha come intenzione la verità non avrebbe spazio, sarebbe un ribadire o un tradire. Quelle strutture dicono della verità, dicono che è e dicono cosa è. Se l’essere – o il divenire – sono la verità e la via,  la verità è l’essere  – o il divenire – e insieme, senza scarto, il logos. Ma se il logos è coincidente con l’essere, è nello stesso luogo, si è nella verità, non c’è niente da fare, si tratta di stare o di scorrere, di riconoscere o di non riconoscere un logos che è, un essere che è logos. Anche l’errore o la lacuna di riconoscimento sono nello stesso luogo, non ce n’è un altro. In Parmenide questa inevitabilità e unicità di ambiente, questa coincidenza senza residui di essere e verità, diversamente che in Eraclito, si salda con il divieto di muoversi:

«Necessità inflessibile lo tiene nei legami del limite, che lo rinserra tutt’intorno, perché è stabilito che l’essere non sia senza compimento».

In Eraclito quel tutto di essere e verità, quell’ordine identico per tutte le cose è in perpetuo divenire, ma altrettanto saldati, come un’unica cosa, sono l’essere e l’esser vero:

«Un’unica cosa è la saggezza: comprendere la ragione per la quale tutto è governato attraverso tutto».

Diversamente monisti per ciò che riguarda essere, pensiero e discorso, entrambi impediscono ontologicamente e ammoniscono eticamente dal praticare alcunché nei confronti della verità. Gli uomini che credono di  farlo è come se sognassero. A loro «rimane celato ciò che fanno da svegli allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo».

Parmenide mette in scena due vie, di cui una sola è vera, cioè autentica, l’altra è finzione, apparenza, tenebra, che viene fugata dalla determinazione a tenere la barra del timone sulla verità e cioè sulla pienezza e compattezza del positivo: è imperativo non distrarsi, non perderla di vista. Il fondatore dell’ontologia è anche colui che satura lo spazio di essere, facendo in modo che il pensiero si blocchi, si incateni e smetta di praticare un attimo dopo aver affrontato la prima, più originaria distanza fra vero e falso. La via della verità non è una via che conduce alla verità, quindi  propriamente non è una via, perché non c’è un cammino da fare, non c’è una pratica di verità, c’è semmai un esser nel vero. E lo stesso, per questo specifico aspetto, vale per Eraclito. Non c’è realmente da salvare o preservare un principio, perché il principio si salva da solo, è già sempre in salvo. Non c’è neppure una memoria da ritrovare, una forma da estrarre, ma solo una dimensione nella quale si è, senza scarti, alla quale risvegliarsi. Mancano una mancanza e una distanza  che possano dirsi reali, che non siano soltanto un effetto ottico, disinnescate dalle ontologie della pervasività senza resti.

Un’assenza si fa dunque notare fragorosamente, e a notarla prima di Platone sono Zenone, in linea con Parmenide, e  Gorgia, in contropiede: quella dello spazio vuoto, della distanza gnoseologica fra pensiero ed essere, che è consentita da quella ontologica fra idee e cose. L’assenza di spazio è la verità per Parmenide. Ma quella verità, che è, non si pratica. E non appena dal logos unico si transiti ai logoi, ci si scopre sofisti: se il logos è l’essere e viceversa, i logoi e tutti i loro modi d’essere, comprese le apparenze, dovranno godere dello stesso privilegio. Peraltro, Parmenide stesso afferma qualcosa di così simile da suonare perfettamente sovrapponibile all’eresia di Gorgia:

«Anche questo imparerai: come le cose che appaiono bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso».

Il nostro esercizio di riepilogazione sommaria ci ha così portato a questa tappa: da Parmenide (ma anche da Eraclito), tramite Zenone, verrebbe accreditata la versione gorgiana della sofistica, o potremmo anche dire la sofistica, come struttura che ci costringe a non cercare al di là dei logoi. La polisemicità del logos consente poi una quantità di variazioni, come la storia della filosofia successiva ha mostrato ampiamente, ma tutte interne a questa struttura monistica. Con la complicità del concetto di logos, i termini identificati da Parmenide e da Gorgia sono in realtà tre, perché i primi due – pensiero ed essere – si portano dietro il terzo, il discorso, come una scia inevitabile. Se pensiero ed essere sono identificati, se non c’è spazio fra di loro, neppure il discorso si distingue. E non si preserva neppure alcuna vera indipendenza per i pensieri pensati – le idee – rispetto ai pensieri pensanti, ai tentativi ed errori del soggetto fallibile intento all’opera del pensiero. Il dire-pensare fa tutt’uno con l’essere e con il pensiero-pensato: essere, essere pensato e esser detto sono lo stesso, una sola istantanea, nessuna sequenza. L’impossibilità di giustificare una fatica della verità ad opera del discorso e del pensiero, sia dalla prospettiva di Parmenide sia da quella di Gorgia, può forse essere l’indizio più forte a sostegno della tesi di una biforcazione fondamentale, situata su quello snodo: una sorta di tarlo sofistico che lavora dall’interno delle prospettive monistiche.

Da Platone e dal realismo delle idee verrebbe in questa ipotesi non dunque l’essere e il consistere della verità, ma la verità in questione e le pratiche di verità. Due linee si biforcherebbero a partire da qui: o l’identificazione di essere e logos, di essere, essere pensato ed esser detto, con la conseguenza di una verità che è, o di tante verità che sono, tutte vere, nessuna vera. Oppure la distanza, lo spazio vuoto – le idee (vere e false) non sono le cose, le cose non sono le idee – con la conseguenza del giustificarsi delle pratiche di verità.


Pratiche di verità

scarica pdf
 

Tags: , , , , , , , , ,

Lascia un commento

You must be logged in to post a comment.

 
porno porno izle porno porno film izle